Inutile Tentare Imprigionare Sogni

di Caterina Balducci

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Inutile Tentare Imprigionare Sogni

Un acronimo, freddo e caldo. Freddo come la sigla “Istituto Tecnico Industriale”, caldo come il titolo Inutile Tentare Imprigionare Sogni. Ė poetico, questo romanzo di Cristiano Cavina, c’è poesia in tutto quello che racconta: nei sogni naufragati di una mamma che “non è riuscita a finire la prima media e lava lo straccio a diecimila Km di pavimenti”; nel tremore inarrestabile di un nonno che si è giocato tutto a Scala 40, mica a Poker; nelle gabbie degli uccellini illuminate notte e giorno negli scantinati del palazzo e che non fuggirebbero nemmeno se potessero; e c’è poesia proprio dove non te l’aspetteresti, e cioè nelle aule di una scuola piena di ormoni maschili, incertezze, saldature, torni, rivalità e rivalse.

Ho sempre pensato che nella vita, anche da adulti, ci sia quasi un’immaginaria linea di demarcazione tra chi “ha fatto il liceo” e il resto del mondo. Un po’ come chi è cresciuto in provincia e chi no. Hai voglia ad accumulare esperienze, di mondo e di vita, la sottile linea di demarcazione resta, e forse è un bene… Cavina la risolve con una massima perfetta: “Non andare al classico è un indizio di intelligenza tanto quanto andarci”, che secondo me – che il liceo non l’ho fatto – significa che ci vogliono motivazione, e testa, e curiosità per interessarsi a quello che non ti insegnano al di fuori del liceo… Ma torniamo alla storia: c’è un Creonti (perché i personaggi, come nel registro di classe, sono identificati dai cognomi) che, per volontà della madre, accetta molto a malincuore di proseguire gli studi oltre la licenza media in un ITIS di provincia per aspiranti meccanici, dove l’unica sua attitudine è scrivere i temi di italiano; c’è un’umanità che popola l’ITIS – fatta di bidelli in camice e di prof pacifisti, sadici, eccentrici, nevrotici che si rivolgono agli alunni perlopiù in base alle loro preferenze; c’è un libretto di voti e giustificazioni falsificate, con lo sterminio collettivo di zii e parenti di secondo grado che lasciano le penne lo stesso giorno; c’è il mondo fuori dai cancelli dell’ITIS, dove si aggirano addirittura delle ragazze – smorfiose e pronte a concedersi solo ai carismatici leader delle altre scuole. “A volte ti sfiancava, stare all’ITIS.”

Perché al posto della campanella risuona una sirena da contraerea che fa sussultare anche gli ospiti del manicomio vicino, perché le aule tecniche dove si apprende il mestiere sono maleodoranti e pericolose; perché i prof sono capaci di massacrarti se sei l’unico a disertare uno sciopero sulla pace e possono inscenare riti cabalistici ogni volta che devono sorteggiare un numero da interrogare, e perché ci sono troppe felpe da metallari con cui convivere. Creonti ci ha provato, a cambiare pelle, mimetizzandosi con una tenuta da “Dylan Dog grasso”… Ma Veroli Wanda lo lascia comunque a capodanno, dopo quattro mesi di inutilissime passeggiate e “neanche un limone”. La disgrazia di Creonti è quella di avere sempre un piano B, che si rivela sempre e solo fallimentare. Come quella volta che decide di vendicare il suo compagno sfigato, massacrato da quelli di ragioneria, per poi venire massacrato a sua volta… e per poi scoprire che i bulli violenti sono gli stessi che organizzano gli scioperi contro la guerra avvolti nella loro kefiah rossa e gli stessi che riescono a conquistare le Veroli Wanda e anche quelle che insegnano catechismo. Creonti subisce, con indosso la sua camicia di flanella rossa: i voti ben al di sotto della sufficienza, una solitudine di fondo a casa e a scuola. Non sembra esserci riscatto, per lui, schiacciato com’è tra i sogni mal riposti della madre, la cinghia della sua tascapane e i libri di meccanica…

Eppure sono sicura che una specie di happy ending c’è, o almeno noi lo immaginiamo: tutta la fatica, l’indolenza, la passività così sue contribuiranno a irrobustire la sua persona, a definirla e a superarla… La sua bildung è in cantiere e, siccome è “inutile tentare imprigionare sogni”, qualcosa di buono ne uscirà. Di sicuro.