It’s fucking cold

di Marina Viola

Attualità
It’s fucking cold

Pare che tecnicamente si chiami vertice polare questo ciclone artico enorme che si è posato come un elefante su gran parte degli Stati Uniti, e fa sì che le temperature siano fredde, tipo meno undici, ma che con il vento si sia arrivati a meno quaranta come niente.

Il faro del lago Michigan

Dovevo uscire stamattina: non avevo scelta. Canottiera (mio cugino Paolo ne sarebbe fiero), maglia a collo alto, golf (ok, di cotone, ma io la lana non la sopporto), calzettoni, stivali, pantaloni, sciarpa, guanti, giubbotto che mi fa omino Michelin e esco. Noto con una punta di rassegnazione che la mia macchina ha i vetri congelati. Dentro, dico. Accendo la macchina, che borbotta ma obbedisce, accendo il riscaldamento a manetta, che si mette a ridere. Mi accorgo con un sobbalzo di non aver benzina (diesel, a essere precisa). No problem, mi dico, tanto prima o poi si deve morire: anche Jack Nicholson è morto di freddo una volta. O no?

Ingrano la prima (con difficoltà, dati gli strati di vestiti) e vado dal benzinaio, che qui è solo self service. Apro la portiera, che fa di tutto per rimanere chiusa per paura della folata, che arriva senza perdono. Il vento mi schiaffeggia e la sensazione è come di qualcuno che mi tira in faccia una torta fatta di spilli. Ma sono una donna moderna, e fingo di ignorare, anche per non dare soddisfazione ai canadesi, che questo ciclone è tutta colpa loro (inutile negarlo). Mentre il diesel riempie il serbatoio, mi accorgo di essere l’unica in giro. Ho tutto il tempo di osservare che il fiume Charles, che divide Cambridge da Boston, è una lastra di ghiacchio, come lo sono tutte le pozzanghere che si sono formate ieri, quando invece c’erano dodici gradi e il metro di neve della settimana scorsa si è sciolto come la timidezza dopo due whiskey.

Vorrei rientrare in macchina, ma non sento più le dita, e ho paura di averle lasciare attaccate alla pompa. Invece abbasso gli occhi e me le ritrovo tutte e dieci lì. Entro in macchina e bestemmio, chiedendo scusa a don Mario, che alle medie si era tanto impegnato a insegnarci a temere il Creatore. Leggo, arrivata in ufficio, un articolo su come ci si dovrebbe vestire in questi casi. Annuncia, quando le temperature sono tra un grado ai meno nove, che si possono ancora mettere le giacche fru fru che si comprano a maggio da H&M, quando si è lontani dall’inverno. Chi vuole, può anche mettersi la gonna.

Da meno nove a meno quindici uscire senza guanti imbottiti è un problema: chi non li ha si ritrova con dieci hot dog attaccati al palmo della mano. Dai meno quindici ai meno trenta si comincia a sentire lo scalpo, e invece di una giacca è più utile uscire avvolti in un sacco a pelo. Oltre quello, la giornalista dice (parole sue): “it’s fucking cold”. A meno quaranta si sentono, nell’ordine: laringe, trachea e brinchi primari, bronchi secondari, polmoni, bronchioli, alveoli, e si può, se si sta zitti, sentire il sangue nelle vene che starnutisce. A quel punto, suggerisce l’articolo, l’unica cosa da fare è rimanere in casa a guardare la tele o, al limite, a masturbarsi.

Una giornalista della ABC mostra il suo caffè ghiacciato