Jason Bourne

di Michele R. Serra

Recensioni
Jason Bourne

Si intitola semplicemente Jason Bourne il quinto film della saga di Jason Bourne, ehm. Arriva dopo Identity, Supremacy, Ultimatum e Legacy. E guardandoli adesso tutti in fila… diciamolo, non ce l’aspettavamo.

Cioè, intendiamoci, c’erano buone premesse, quando la Universal ha deciso di portare sullo schermo la serie di romanzi più nota tra quelle scritte da Robert Ludlum, king del thriller americano capace di vendere qualcosa come 250 milioni di copie dei suoi libri in una carriera durata trent’anni (e finita – purtroppo per lui – appena prima di riuscire a vedere Matt Damon dar corpo al suo personaggio più amato). Ma che questa diventasse una saga potenzialmente paragonabile a Mission: Impossible o persino 007, no, non ce lo aspettavamo.

Tra l’altro c’è stato un po’ di mistero intorno alla produzione di questo ultimo film della saga. Sia il regista Paul Greengrass che il protagonista Matt Damon avevano detto a più riprese di essere stufi di Bourne, ma poi chissà come la Universal è riuscita a convincerli. Credo c’entrino alcune carriole colme di denaro. Comunque. Adesso la casa di produzione dichiara che andranno avanti con la saga di Bourne finché Paul e Matt ce le faranno fisicamente. In pratica nel 2030 potremmo essere al quindicesimo episodio, se tutto va bene. Non so se essere contento o preoccupato.

Ma torniamo al film. Si muove un bel po’, Jason Bourne, in quest’ultimo: ad Atene durante le manifestazioni di piazza che si sono susseguite negli ultimi anni, poi a Berlino, a Londra, brevemente a Roma, a Las Vegas. Che poi è strano, perché uno che si è dato alla macchia forse non dovrebbe avere tutta questa libertà di movimento tra le grandi capitali mondiali. Ma insomma, le incongruenze e i particolari poco credibili della trama sono, appunto, solo particolari. L’importante è che Jason sfrecci per le strade a bordo di auto e moto, insegua i cattivi, spari, prenda/dia pugni, e soprattutto che spacchi tutto. Cosa che in effetti succede puntualmente.

Dal punto di vista delle mazzate, Jason Bourne è un film che mantiene le promesse. In più c’è pure Vincent Cassel che fa il killer spietato: anche qui niente di nuovo, ma sempre una scelta di casting azzeccata.

C’è solo un piccolo problema con lo stile di regia di Paul Greengrass: cioè, lui è bravo nel girare le scene d’azione, eh. Nonostante il montaggio iperadrenalinico ha sempre un grande senso dello spazio, fa capire allo spettatore cosa sta per succedere, rendendo abbastanza credibile anche ciò che è davvero poco credibile. Però: perché girare tutto quanto il film come fosse una scena d’azione? Cioè, metti che ci sono due personaggi che parlano e basta. Tutto tranquillo, no? No. La cinepresa si muove, trema, zooma, non sta ferma un attimo. Troppo.

Paul, stai tranquillo. Il film funziona lo stesso. Anche se per tre minuti, ogni tanto, tiriamo il fiato.