Jersey Boys

di Michele R. Serra

Recensioni
Jersey Boys

You’re just too good to be true, can’t take my eyes off of you“… La canzone la conosciamo tutti, anche se magari ci fa venire in mente mamma e papà che ballano e limonano, il che è francamente inquietante. Ma quello che riesce sempre difficile ricordare è: chi la canta? La risposta è: Frankie Valli. Ecco, magari questo nome se pronunciato in America sarebbe riconosciuto da chiunque, ma io personalmente ho fatto un piccolo sondaggio chiedendo a dieci amici tra i quindici e i quarantacinque anni chi fosse Frankie Valli: uno solo lo sapeva. Gli altri credevano fosse un ganster italoamericano. Il che dimostra che c’era bisogno di questo ultimo film di Clint Eastwood: un biopic che racconta la storia di Frankie Valli, e si intitola Jersey Boys.

I Jersey Boys del titolo sono quattro ragazzi italoamericani. Di più: italoamericani del New Jersey, di Newark, a 20 minuti d’auto dal centro del mondo, Manhattan. Ma non sono quel genere iperpalestrato, ipertatuato, iperrincoglionito che conosciamo nel 2014 dalla tv. Qui siamo negli Anni Sessanta. Frankie, Tommy, Nick e Bob vogliono cambiare vita, fare musica: nel 1960 si fanno chiamare Four Seasons, nel 1962 fanno uscire Sherry che va dritta al numero uno della classifica Usa. Prima dell’arrivo dei Beatles sul suolo americano, i Four Seasons sono la risposta della Costa Est al fenomeno californiano dei Beach Boys. Sono quattro ragazzi del quartiere che improvvisamente diventano superstar.

Dunque l’operazione portata a termine da Clint Eastwood è qualcosa tipo: mettere insieme Quei bravi ragazzi di Scorsese con una specie di versione maschile di Showgirls. Il tutto adattando un musical di Broadway, con la stessa storia, lo stesso titolo e pure, in parte, gli stessi attori. Un compito difficile, chiaro. Incredibilmente però Clint Eastwood riesce a tenere insieme tutto, mettendo insieme un musical che non è un musical. Avete presente come sono i musical, no? Estremi, coloratissimi, la gente si mette a cantare e ballare in ogni situazione. In Jersey Boys non succede. Tutto rimane abbastanza realistico, o quantomeno credibile. Il che non signifca che manchino le canzoni, eh.

A 84 anni, Clint Eastwood ha fatto il film che probabilmente nessuno si aspettava. Ed è un film indubitabilmente riuscito, anche se non ha magari l’impronta personale degli ultimi suoi. Ah ovviamente c’è bisogno di un’avvertenza: se sentire uno che canta in falsetto vi urta i nervi, non andate proprio. Difficilmente uscirete vivi dalle due ore di Jersey Boys.