Jim Thorpe, il più grande di sempre?

di Michele R. Serra

Storie di Smemo - Storie(s) Olimpiche

Può darsi che il nome di Jim Thorpe non vi dica niente. Anzi, è abbastanza probabile. Perché si dice che i grandi campioni dello sport scolpiscano il loro nome indelebilmente nella storia, ma non è esattamente così. Tutti possono essere (più o meno) dimenticati, col tempo. Ed è successo anche a quello che molti hanno definito il più grande atleta di tutti i tempi.

Non è sempre stato così, intendiamoci. Negli anni Cinquanta Hollywood ha perfino prodotto un film su Jim Thorpe, con una mega star dell’epoca come Burt Lancaster a interpretarlo. Il film in italiano si intitola Pelle di Rame, e già si capisce il riferimento a quelle origini che per Thorpe, a causa dell’epoca in cui viveva, diventeranno una maledizione. Thorpe infatti era più americano degli americani, ma allo stesso tempo non era come gli altri cittadini statunitensi. Thorpe era un pellerossa.

La vita di Jim Thorpe

Eh sì, nei primi anni del Novecento la storia della grande frontiera del far west americano è finita, e prevedibilmente i pellerossa hanno perso la guerra. Jim Thorpe nasce da genitori mezzosangue che lo allevano come un nativo americano. Ma le scuole americane non sono d’accordo: a quei tempi per i pellerossa c’erano le indian school, che più che insegnare a leggere e a scrivere ai bambini, tentavano di far cambiare il loro modo di vivere, cancellando il loro retaggio culturale e le loro origini. Iniziavano tagliando loro i capelli, e continuavano con metodi che oggi sarebbero considerati tortura. A dieci anni, il piccolo Jim ha già perso la madre e il fratello per malattia. A diciassette, muore anche il padre. Jim si rifugia nello sport, perché quello che il destino gli ha tolto negli altri campi della vita, lo ripaga con un fisico da atleta perfetto. Il coach della scuola di Carlysle, in Pennsylvania, lo nota, e lo forgia per trasformare quel potenziale in un campione fatto e finito.

Thorpe è una specie di superuomo, e diventa facilmente un campione a livello scolastico, sia nel football americano, che nel baseball, che nell’atletica leggera. Uno sportivo così sembra fatto su misura per le nuove, massacranti specialità che il comitato olimpico ha inserito proprio in quegli anni nel programma dei giochi: pentathlon e decathlon. Così, alla fine della primavera del 1912, Thorpe è in viaggio per Stoccolma: obbiettivo, la quinta olimpiade dell’era moderna.

Le grandi vittorie alle Olimpiadi di Svezia

Inutile dire che Thorpe vince l’oro in entrambe quelle specialità da superman. Pare che il re Gustavo V di Svezia, nel consegnargli le medaglie d’oro, gli abbia detto: “Lei è il più grande atleta del mondo”. E Thorpe, che non era certo abituato all’etichetta delle case reali, gli ha risposto semplicemente: “grazie, re”. Ma al di là delle formalità, Thorpe è a quel punto davvero il più grande atleta del mondo: in un’era in cui non esisteva la televisione, figuriamoci internet, il suo nome era sulla bocca di milioni di persone, da una parte all’altra dell’oceano. Il nome di quell’uomo che aveva vinto tutto sotto la bandiera degli Stati Uniti, senza avere i diritti di un qualsiasi cittadino americano bianco. Un destino che non sarebbe cambiato, nonostante i risultati sportivi.

Trionfi e ingiustizie

Pochi mesi dopo l’Olimpiade, mentre Jim conduceva la squadra di di Carslyle alla vittoria nel campionato nazionale di college football, i giornali rivelarono la notizia che il ragazzo era stato pagato per giocare nella Minor League di baseball quando aveva vent’anni. Quei pochi soldi lo rendevano un professionista agli occhi del comitato olimpico, in un momento storico in cui i regolamenti imponevano che gli sportivi fossero amatori per legge. Dunque, le sue vittorie furono cancellate, come mai esistite. E le sue medaglie, ritirate.

Jim non si perse d’animo, continuò a giocare a baseball con ottimi risultati nei New York Giants (che ai tempi era quello che oggi è il Barcellona nel calcio, per intenderci). E poi contribuì da protagonista alla fondazione di quella che ancora oggi negli stati Uniti è la National Football League. E poi ancora incontrò Hollywood, interpretando almeno 70 film. Ma non divenne una star, perché era un pellerossa: poteva fare solo l’indiano, la comparsa con la scure alla cintura e le piume in testa.

La depressione e il declino

I fantasmi di Jim Thorpe presero presto la forma della depressione, della miseria, dei pochi soldi spesi in tanto alcol. Fino all’epilogo inevitabile, la morte nel 1953. Anche per il famoso film con Burt Lancaster, Thorpe non aveva visto un dollaro. Nel 1982 il comitato olimpico avrebbe riabilitato il suo nome e gli avrebbe restituito le medaglie, e oggi è ricordato come uno dei più grandi atleti del Novecento. Eppure la sua rimane una storia triste e ingiusta: anche il talento più meraviglioso non è garanzia di un lieto fine.