Jojo Rabbit ha un amico immaginario tedesco (e con i baffetti)

di Michele R. Serra

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Jojo Rabbit ha un amico immaginario tedesco (e con i baffetti)

Esistono film-da-Oscar e film non-da-Oscar. È come quando si dice, questa è una canzone “da Festival di Sanremo”: non sai esattamente spiegare di cosa si tratta, ma la riconosci quando la senti. Ecco, speriamo da qui a dieci anni di vedere sempre meno film-da-Oscar agli Oscar, e magari sempre meno canzoni-da-festival al Festival di Sanremo.
Perché questa premessa? Perché siamo felici del fatto che esista un film che quest’anno ha preso ben sette nomination e che, magicamente, non è un film-da-Oscar. E soprattutto è un film comico, cosa ancora più rara agli Oscar (infatti non vincerà).
Si tratta di Jojo Rabbit di Taika Watiti.

Si può fare un film che sembra una fiaba alla Wes Anderson, ma sulla seconda guerra mondiale? Si può fare un film in cui il protagonista è un bambino tanto carino, ma vestito da nazista e che come amico immaginario si è scelto Adolf Hitler? Beh, evidentemente sì, si può fare. E può essere perfino un film prodotto dalla Walt Disney, che insomma non è esattamente il marchio che siamo abituati a vedere vicino a idee cinematografiche di questo tipo. (Per questo particolare c’è una spiegazione. Dunque. Come sapete, la Disney si è di recente comprata per una carriola di miliardi di dollari la 20th century Fox, che ha in pancia uno studio come Fox Searchlight, che invece è abituato a produrre film strani e diversi dal solito. Per fortuna, aggiungo io.) Detto ciò.

Francamente, è difficile criticare il regista Taika Watiti, che dopo aver portato un vento comico nel mondo Marvel con il suo Thor: Ragnarok, mega successo al botteghino, non ha fatto fatica a trovare qualcuno che finanziasse questo progetto ancora più folle. È difficile criticarlo perché se uno si prende dei grossi rischi artistici, bè, quantomeno bisogna dargliene atto e rispettare questo fatto. Taika, non c’è dubbio, sei un comico che ha fegato, te lo vogliamo dire.
Però purtroppo a volte capita che uno mette l’asticella un po’ troppo in alto, e le cose non vanno a finire bene.

Taika Watiti aveva già raccontato una storia di mostri in chiave comica, con il suo film finto documentario/horror che si intitolava Vita da vampiri. Peccato che questa volta i mostri non sono vampiri, sono nazisti. Quindi non sono storie, sono Storia, sono stati uomini veri. E questo rende tutta l’operazione molto più complicata. Forse troppo, francamente. Charlie Chaplin è riuscito a trasformare il nazismo in commedia e a centrare l’obbiettivo. Roberto Benigni, forse. Taika Watiti, probabilmente no.

Certo, Jojo Rabbit non è una satira su Hitler, che oggi come oggi non è molto utile, visto che non sono più molti coloro che pensano che tutto sommato Hitler abbia fatto anche qualcosa di buono. Per fortuna. No, Jojo Rabbit usa Hitler per prendersi gioco di chi oggi fa dell’odio nei confronti degli altri un’arma di consenso politico. Che è un obbiettivo giusto, per carità, ma non è sostenuto da un film capace di trovare davvero un equilibrio, nel tono e nello svolgimento. Ci sono momenti riusciti e altri più piatti, perfino noiosi.

Però bisogna esser contenti che questo film esista, perché l’idea che Hollywood produca film così rischiosi è confortante. Perfino in casa Disney può trovare posto qualcosa di così strano e sopra le righe. Certo, se uno si prende dei rischi a volte capita che le cose non vadano esattamente nel migliore dei modi. Ma speriamo che Taika ci provi ancora.