Kill my mother, di Jules Feiffer

di La Redazione

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Kill my mother, di Jules Feiffer

Quanti anni passati, dall’età d’oro del noir? Dai detective spiantati e alcolizzati, ma fascinosi, dalle risse nei bassifondi, da Humphrey Bogart che dava corpo alle storie di Raymond Chandler? Tanti, ok. Però se le ricorda bene, tutte queste cose, Jules Feiffer: ottantacinquenne maestro del fumetto americano, amava il noir quand’era solo un ragazzino, e oggi ha usato quel genere per creare il suo ultimo romanzo a fumetti.

Si intitola Kill My mother, e nonostante il titolo non ha niente di autobiografico; se non appunto la fascinazione per quel genere, per quelle storie che fornivano momenti di fuga fantastica ai ragazzini come Feiffer, quelli nati subito dopo la Grande Depressione, quando la vita era dura e di soldi non ce n’erano. Insomma, non c’è nulla di cui stupirsi, se la storia inizia con il classico detective con la cravatta allentata, che beve e riceve una classica elegante donna dell’alta società, che sta cercando un’altra donna scomparsa.

Una delle cose belle del libro, però, è che il noir è solo un punto di partenza. Perché poi diventa un melodramma familiare, una satira dei rapporti familiari e della società dello spettacolo americana. Del resto la satira è sempre stata la cifra dei fumetti di Jules Feiffer, nelle strisce che dalle pagine del quotidiano newyorchese Village Voice hanno raccontato quarant’anni di società americana. E gli hanno fruttato un premio di una certa importanza: il Pulitzer.

Ok, non vorrei sembrasse che Kill my mother è una di quelle opere di un vecchio maestro che si applaudono più per omaggio alla carriera che non per il valore effettivo. Non è così. Kill my mother dà dei  punti a sceneggiatori e disegnatori di cinquant’anni più giovani rispetto a Jules Feiffer. Magari a tratti è anche un fumetto relativamente complicato da laggere, ma una volta decifrato splende in tutta la sua gloria. Noir o non noir che sia.