La grammatica Zelighiana: imparare l’Italiano con i comici

di Antonello Taurino

Storie di Smemo
La grammatica Zelighiana: imparare l’Italiano con i comici

I comici non sempre fanno ridere.

Non perché “fan cagare” o non incontrano il nostro gusto personale. Cioè, a volte anche per quello: ma è che stavolta, in questo ardito viaggio intrapreso nell’inesplorata terra di mezzo tra scuola e comicità, tra didattica e teatro, mi piaceva intenderla così: i comici non sempre fanno ridere e basta. A volte c’è molto di più, anche se loro spesso neanche lo sanno. Quindi, perché non usare i comici per le possibilità di apprendimento della lingua italiana che i loro pezzi possono offrire?

Sì, si può imparare l’Italiano a scuola con Zelig. Con Zelig? Ma sei fuori?

Attingo ispirazione da un – giustamente – diffusissimo libro tra i docenti di Lettere delle Medie (ma va bene anche ai primi anni delle Superiori): “I Draghi Locopei”. Autrice la prof. Ersilia Zamponi, prefazione di Umberto Eco e postfazione di Stefano Bartezzaghi. E già da questi nomi, anche uno che non lo conosce ha intuito di che si tratta. È un libro che suggerisce come potenziare in modo pratico competenze linguistiche di vario tipo attraverso l’uso di giochi di parole o di enigmistica: questi, per loro natura, stimolano la fantasia, costringono la mente a cercare soluzioni, vocaboli e significati nuovi; fortificano la logica, educano, divertendo, ad esplorare “i meandri della lingua e della coscienza” (acrostici, metagrammi, anagrammi: I draghi Locopei è appunto l’anagramma di Giochi di parole).

Alcuni comici usano meccanismi linguistici paragonabili a quelli del libro. Solo che proposti sotto la lente dei comici visti in TV, magari possono risultare ancor più avvincenti agli occhi degli alunni. Forse.

Il duo MammuthIl duo dei Mammuth presentava a Zelig Circus il pezzo delle “parole scomposte”. Lo schema dello sketch si basa sull’uso di una parola che possa essere divisa in due o più parole più piccole di senso compiuto. A volte il meccanismo è inverso (e più complesso): le piccole parole, frutto della divisione di una più grande, formano addirittura una piccola frase. In ogni caso, la formula è: X + Y = XY (es.: tram+busto = trambusto, o C’è+Rino?”= “Cerino”) oppure: X +Y +Z = XYZ  (es: colla + bora + tori= collaboratori), e così via (va da sé che uno ci riusciva benissimo ma l’altro, quando era la sua volta, sbagliava in modo tragicomico). Tecnicamente, i Mammuth usano nient’altro che uno schema enigmistico tra i più antichi, quello della Sciarada. Come usarla praticamente in classe? Partendo da alcuni loro esempi,“No, tizia”= “Notizia”; “Se, con Dino..=Secondino”; Maggio+renne=maggiorenne), ho proposto agli alunni di trovare piccole parole che unite ne costituissero una più grande, o di smontare una parola lunga in una frase minima di più parole molto piccole. Il vero genio è stato l’alunno che alla mia domanda “Sapreste trovare qualche altra sciarada?” mi ha risposto, sagace, “Sciarada!(scia+rada). Santo subito.

Alessandro FullinNegli stessi anni, il genio folle di Alessandro Fullin e della sua omonima Professoressa tirava scemi Bisio, Incontrada e tutto il pubblico con le sue lezioni di Tuscolano, lingua improbabile d’un antico popolo simil-etrusco le cui parole erano sì “italiane”, ma composte solo dalle lettere della parola TUSCOLANA, perché di questo popolo era rimasto solo una stele con quel nome lì. Eh bona, non c’è altro. Anche qui, dal punto di vista enigmistico, quello della prof. Tuscolana è un Logogrifo, che consiste nel comporre parole, frasi o interi racconti usando soltanto alcune lettere prestabilite. Così come in Tuscolano: bella=tusca, oliva=ascolana e parrucchiera=cuoca, allo stesso modo, previa visione di uno sketch della Prof.ssa Fullin, proponete ai ragazzi di scrivere frasi o parole usando solo le lettere di cui si compone, per dire, il loro nome: Simone Curioni=Io sono un re con sei corone e scio sicuro con i remi.

Jhonny Groove alias Giovanni Vernia entra in scena salutando il locale dove pensa di esser capitato, leggendo, a modo suo, la scritta alle sue spalle: il GILEZ. La sfortuna di Jhonny è che il locale in cui realmente si trova ha per nome un termine, ZELIG, che non è un Palindromo. Per chi non lo sapesse, palindroma è una parola che sarebbe uguale anche se letta anche al contrario, come oro, ala, Anna, inni, ingegni, ottetto, onorarono. E tante e curiose anche le frasi: Eppur osso ruppe; I topi non avevano nipoti; In amor io diffido i Romani; E vide tre cortei di nani dietro certe dive. Vai, giù di lena a trovare nuove frasi palindrome! Poi le si manda a Jhonny Groove, così anche se le legge al contrario..  presa!

Natalino BalassoE ci dimentichiamo del prof. Anatolij Balasz, ovvero Natalino Balasso? Mentre teneva improbabili lezioni di storia antica si incartava costretto com’era a pronunciare lunghissime sequenze del tipo: “E si scoprì il seme di sesamo della somatina del sumerio dei somari dei sumeri non semiti di Samarcanda” e via così. Balasz sta giocando con la Paronomasia, figura retorica che consiste nell’usare volutamente una serie di parole con lo stesso suono (simile alla Consonanza, che però è distintiva della poesia): su questo effetto sono costruiti modi di dire come “Chi non risica non rosica”, “Chi dice donna dice danno”, “Il troppo stroppia”. Ragazzi, qual è la frase “sensata” più lunga che riuscite a comporre così?

La poetessa Francesca Palombo si è divertita a scrivere poesie con parole che iniziano tutte con la stessa lettera: “Maliarda/, magistralmente mi maneggiasti/ maliziosamente,/ mio moroso/ monopolizzasti,/ma martedì,/massimo mercoledì,/ morirai. Maledetta!”. Così come il comico Alberto Vitale, con le sua “Battuta in S”:  Settembre, sulla strada. -Siamo sposati! -Sììì  -Sabrina, sei stupenda, sei sexy, sei simpatica…  -Sicuro? Sono Silvia, stronzo!!. Come si chiama questo? Stavolta siamo di fronte ad un Tautogramma. Di nuovo, via a scervellarsi sui tautogrammi: piccole frasi almeno, o battute di dialoghi con parole con la stessa lettera iniziale. Difficile? Sì, abbastanza. Ma Umberto Eco è riuscito a scrivere tutto un racconto solo con parole che cominciano per P.

Tra i giochi de “I Draghi Locopei” c’è n’è uno inventato da Raimond Queneau: consiste nel togliere, dai versi di una poesia, tutte le parole per lasciarne solo una o due di ogni verso (oppure, sviluppando il gioco, riassumere tutta la poesia tenendo solo qualche verso). Risultato: si ottiene un nuovo testo, un “riassunto” che a volte conserva o addirittura evidenzia il significato originario, ma volte lo stravolge con esiti esilaranti. I primi versi della Divina Commedia diventerebbero: “Vita/ oscura,/ smarrita./ Dura/ e forte/ la paura.”; oppure la montaliana “Meriggiare pallido e assorto”: “Assorto/ muro d’orto,/ sterpi/ di serpi/ (..) Sole che abbaglia/ triste meraviglia:/ il suo travaglio/ una muraglia/ di bottiglia./. Questo procedimento è chiamato Hai-kaizzazione, ed è la stesso del comico Andrea Di Marco con i suoi “Bignami” delle canzoni. L’anno che verrà di Lucio Dalla diventa: “Caro amico ti scrivo/ che il nuovo anno/ si farà l’amore/ e questa è la novità!”; la più famosa di Gianni Morandi: “Fatti mandare dalla mamma/ a prendere/ quel coso../ con la mano/ ho bisogno di te!” E chissà che De Gregori non intendesse proprio quello, con “Generale, dietro/ una contadina../ Anche se fa male/ è quasi amore!” Oh, forza! Prendete liriche, sonetti,  poemi e.. smontateli!

Altro? Per spiegare il concetto di “nome collettivo”, un nome grammaticalmente singolare anche se come immagine richiama un insieme di più cose (stormo, gregge), e quindi degli effetti comici ottenuti se un suo eventuale aggettivo fosse declinato scorrettamente, cioè al plurale,, fate ascoltare la canzone di Zalone “Siamo una squadra fortissimi”, anche perché è un meccanismo che Checco usa spesso: “..Fatta di gente fantastici” oppure “Grazie, siete un pubblico stupendi!”. E sapete che del complemento di limitazione, complemento in italiano poco usato e sfigatello, fa un uso frequente e particolarissimo il comico Maurizio Milani nei suoi testi? “I crani dei miei genitori sono stati ridotti di dieci misure, infilati in ampolle di vetro e poi mi sono stati riconsegnati. Come fermaporte, li conservo tutt’ora”. Per tacere, quando si arriva all’analisi del periodo, della subordinata consecutiva, che è la struttura sintattica dello schema più comune tra le battute dei comici: “È talmente… che… ” (in latino: Tam/Ut). Per cui, più che spiegarla, fai prima a metter su in classe un video di Gabriele Cirilli: “Chi è Tatiana? È l’amica mia grassa, talmente grassa che..”

Anche se con Zelig non c’entra niente, però, è d’uopo concludere, si capisce, con l’Empireo, la vetta inarrivabile e sublime, l’Everest della comicità nostrana: “La Lettera” in “Totò, Peppino e la Malafemmena”. Saltano fuori tantissimi spunti di riflessione linguistica da un’analisi morfosintattica di quello sketch: davvero, viene via mezzo programma di grammatica. Dall’ortografia (“questanno”, “addirvi”: una sola parola), all’uso dadaistico della punteggiatura (“punto, punto e virgola, un punto e un punto e virgola”); alla concordanza scorretta (“Questa moneta servono”), agli anacoluti (“Scusate se sono poche, ma settecentomila lire noi ci fanno specie che quest’anno c’è stato una grande moria delle vacche”), al verbo, la cui flessione, quasi fosse una declinazione e non una coniugazione, esprime anche il genere (“..Dai dispiaceri che avreta.. avret?.. avreta! Eh già, è femmina, femminile!”).

Provate. Poi fatemi sapere. Ma prima possibile, ché “ogni limite ha una pazienza”.