La mia prima volta in un treno dell’America (l’altro ieri!)

di Marina Viola

Attualità
La mia prima volta in un treno dell’America (l’altro ieri!)

 

Sono arrivata a South Station, la stazione nel centro di Boston, con la faccia di quelli che ci vanno tutti i giorni. Anzi, uno mi ha chiesto un’informazione, che gli ho dato (sbagliata, ma tanto chi lo vede più). Arrivo con la mia borsa verde, i miei capelli freschi di tinta, e, siccome sono stranamente in anticipo, mi fermo a prendermi una fetta di pizza da Regina’s, la pizzeria più rinomata della city. Mi siedo a un tavolino a mangiarla, tenendo d’occhio il grande schermo su cui mi annunciano da che binario partirà il treno per Washington, che si fermerà a Penn Station, nel centro dell’altra city, quella figa.

 

Sotto lo schermo ci saranno una cinquantina di persone che non si vogliono distrarre: appena si annuncia il loro treno, mettono giù la testa e s’incamminano velocemente verso il bibnario prestabilito. Finisco la pizza e arriva l’annuncio per me. Non so cosa fare, ma faccio finta di essere esperta. Mi metto in fila, senza sapere per cosa, ma vedo che c’è un poliziotto che controlla che io abbia il biglietto e che sia sul binario giusto. Ringrazio i bombaroli di un mese fa, e m’incammino. Dice che ho il posto riservato, ma non mi dice che posto. Transit. Il corridoio del vagone divide due posti a destra e due a sinistra: mi siedo a sinistra (sempre a sinistra!) dalla parte del finestrino. Il sedile mi sebra bello comodo. Sul finestrino c’è un adesivo che mi annuncia che c’è wifi. Alé, mi dico, manco dovessi fare chissà cosa.

 

A questo punto mi sento veramente figa, e scrivo un msm al mio amico Byrne, dicendogli, non lo sai, ma sono sul treno Boston-NYC perché mi intervista Marie Claire. Mentre scrivo, non mi sembra vero. Mi risponde subito, dicendo che non ci vediamo da tanto, e che domani sera, quando torno, mi viene a prendere in stazione a mi porta a bere una birra. Ciliegina sopra una torta già prelibatissima.

 

Il treno si avvia. Non avevo messo in conto che non sono alla Stazione Centrale di Milano, da cui sono partita migliaia di volte, e ogni volta appena il treno scivola via mi viene un po’ di magone. Mi è sempre piaciuta la Stazione Centrale. Qui è tutto diverso: più moderno, poco prono alle malinconie europee. Mi sembra un po’ di tradire le Ferrovie dello Stato, ma mi faccio coraggio, e mi accendo l’ipod.

 

Il treno attraversa la città ed è subito campagna, molto diversa dalla pianura padana, ma cosa vuoi pretendere: sono le conseguenze di una vita metropolitana statunitense. Il finestrino propone campagna molto meno curata: pochi campi, molti boschi. Pochissime case. Dopo un’oretta si ferma a Providence, capitale del Rhode Island, uno stato senza molta personalità che ricorda vagamente il Belgio. Subito dopo il paesaggio cambia, e siamo sulla costa atlantica: casette di legno bianche, rosse, verdi, blu; barchette a vela parcheggiate nel piccolo porto. Molto pittoresco: mi viene subito in mente il film della Walt Disney del drago, con il bimbo che lo aveva nascosto nel faro.

 

Si siede di fianco a me una signora sulla cinquantina, capelli corti alla maschio, tuta elegante nera, occhi verdissimi. Non ho voglia di parlarle, per cui mi continuo ad ascoltare la mia musica. Lo shuffle mi propone del blues. Perfetto.

 

Arriviamo in Connecticut (che mi ricorda invece la Svizzera, non nel senso positivo): New London. Stazioncina molto cozy, tutta di legno, con appesi dei poster che invocano giornate in spiaggia. Il treno si ferma. E non parte più.

 

Una voce dagli altoparlanti parla chiaro: si torna a Boston per via di un incidente sulla linea Boston-NYC. Non ci credo. Esco e, con la scusa di chiedere informazioni, mi accendo una sigaretta malgrado gli sguardi di disapprovazione dei miei fellow americans, che fumano, ma di nascosto e soprattutto quelle degli altri.

 

Incidente pazzesco a New Haven, capitale del Connecticut: settanta feriti, alcuni gravi. Non si va da nessuna parte. Chiamo la tipa di Marie Claire, che mi dice non ti preoccupare, ti chiamo via skype e facciamo così. Chiamo anche la mia amica Martina, da cui avrei passato la notte. Mi dice, si ho visto, grazie di aver chiamato, avevo temuto che tu fossi su quel treno. Magari, mi dico spegnendo la sigaretta, almeno avrei avuto un’esperienza da raccontare alla Smemoranda.

 

Il treno rimane fermo, chiuso e al buio per più di tre ore per mancanza di corrente elettrica, prima di riportarci, a marcia indietro, a Boston. Ritorno a South Station all’una emmezza di notte con una nausea pazzesca dato il viaggio all’indietro, stanca, delusa e visibilmente incazzata. Salgo su un taxi, torno a casa, e mi metto a letto.

 

Una bella gita.