La paranza dei bambini è un film anche d’amore

di Michele R. Serra

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La paranza dei bambini è un film anche d’amore

Il bello è che La paranza dei bambini è uscito esattamente come voleva il regista Claudio Giovannesi. I protagonisti sembrano tutti ragazzi non bravi, ma buoni. Tutto quello che fanno sembra essere animato da intenzioni in qualche modo positive. Che poi si trovino a percorrere la strada per l’inferno, bè, quello appare inevitabile, ma è come se non dipendesse davvero da loro.

Nicola, 15 anni, vuole diventare il boss del quartiere. Ma non vediamo solo il suo desiderio di soldi facili, per avere la roba che tutti desiderano: i vestiti, le scarpe, i motorini, i telefonini. Non vediamo solo la sua mancanza di scrupoli.

Vediamo anche lo strano senso di giustizia che lo anima, lui e i suoi amici. Nicola ad esempio sa che, quando sarà lui il boss del quartiere, non chiederà più il pizzo ai negozianti, perché sua madre, che ha una piccola lavanderia, ogni mese viene taglieggiata dagli uomini dei clan. E poi. Nicola vuole bene davvero ai suoi amici, è romantico fino a rendersi ridicolo, è gentile, perfino corretto nel trattare i suoi affari. Poi però uccide. Chiamatelo antieroe, se volete. In ogni caso è un personaggio perfettamente riuscito, interessante, potente.

Claudio Giovannesi ha girato qualche puntata della serie di Gomorra, e qui si mette dietro la cinepresa per raccontare un altro frammento dello stesso universo. Però ha a che fare con protagonisti molto giovani, e quindi trova un punto di vista completamente diverso. Giovannesi del resto usa da sempre gli adolescenti come chiave di volta delle sue storie: l’aveva fatto in Ali ha gli occhi azzurri e in Fiore. Racconta come si può perdere e magari riconquistare l’innocenza, quando la vita ti mette davanti a situazioni difficili. Nel caso di La paranza dei bambini, il dialogo tra i due estremi torna in superficie praticamente ad ogni scena.

Roberto Saviano ha contribuito alla sceneggiatura del film, e la sceneggiatura ha preso uno dei premi più importanti al Festival di Berlino, ma a dire il vero non sono i dialoghi il motivo per cui il film funziona così bene. Quello che funziona invece è la parte fisica: capita spesso che lo spettatore stia dentro il gruppo di amici, giovani gangster, paranzini, mentre loro si muovono tra vicoli, negozi, discoteche, sconvolgendo l’ambiente. Si toccano, si abbracciano, incrociano lo sguardo con la ragazza giusta o con il tipo sbagliato. Ti sembra di essere lì in mezzo a loro, come se fossi tu a documentare la storia con il cellulare, e non il regista. Certo, un singolo spettatore non ha un grande direttore della fotografia come Daniele Ciprì. Claudio Giovannesi sì, per sua fortuna.

Il bello della Paranza dei bambini è che molti – almeno tra gli spettatori maschi, che questo è un mondo nel quale per le donne c’è poco spazio – ci troveranno dentro un frammento di se stessi. Certo, fatte le debite proporzioni: chiaro che in pochi vivono quelle situazioni, per fortuna. Però rimangono tanti particolari condivisi, che rendono questi ragazzi tutt’altro che stereotipi di genere. Ed è questa attenzione all’umanità dei personaggi che rende un po’ più speciale, più universale questo film, che per il resto non è altro che una tragedia in cui lo svolgimento sembra già scritto. Più che prevedibile, ineluttabile.