La solitudine dei Numeri primi

di Michele R. Serra

Recensioni
La solitudine dei Numeri primi

Ecco qui le credenziali di La solitudine dei Numeri primi: Saverio Costanzo è il regista, Paolo Giordano lo scrittore. Tutti e due sono considerati giovani – che per Giordano ci può stare, visto che ha 28 anni, ma per Costanzo, che ne ha 35, no – e tutti e due sono considerati bravi in quello che fanno. Si capisce che ci fosse attesa per questo film, non solo perché il libro aveva venduto centinai di migliaia di copie, ma anche perché il cast è composto da attori bravi o interessanti: nella prima categoria ricadono Filippo Timi e Alba Rohrwacher, nella seconda Isabella Rossellini. E allora, cosa ne è venuto fuori?

Ne è venuto fuori un film prima di tutto triste, perché quella del libro era un storia triste. A partire dai protagonisti, depressi che più depressi non si può. A causa di traumi infantili, Alice e Mattia sono alienati, impauriti dal mondo, incapaci di comunicare le loro emozioni. Per punirsi, si fanno spesso del male, male fisico: lei è vittima dell’anoressia, lui autolesionista.

Il film ci porta attraverso la vita dei due protagonisti, partendo dall’infanzia (il momento in cui nascono i traumi), passando per l’adolescenza, per il periodo della scuola, momento in cui i traumi si fissano e diventano insuperabili. Ma è anche il momento in cui i due si incontrano, e nasce (una specie di) amore…

Allora, non giocheremo al solito gioco: cerca le differenze tra libro e film. Diciamo che ci sono notevoli differenze, ma non è così importante, in fondo. Un’opinione condivisa anche da Paolo Giordano, che figura come sceneggiatore del film: lui stesso, non ha voluto certo una copia carbone.

E allora, com’è? Hmm, vorrebbe essere d’autore, ma no: è solo mediocre. Nel senso che Saverio Costanzo vuole raccontare il tormento interiore dei protagonisti attraverso metafore visive, scene a metà tra il sogno e l’allucinazione. Un modo di narrare che grida: papà, voglio fare il cinema d’autore! Peccato che, allo spettatore, freghi niente: ha solo il tempo di annoiarsi. Il film procede a strappi, alcuni passaggi velocissimi e altri terribilmente allungati, la colonna sonora invasiva.

L’autolesionismo dei protagonisti? Purtroppo, non è fatto proprio dal regista Saverio Costanzo: invece di punire se stesso, punisce gli spettatori, con un film che sembra volerli soprattutto infastidire. Se era questo l’obbiettivo, missione compiuta.