La storia di Carlo per il 7 febbraio: la Giornata nazionale contro il bullismo

di La Redazione

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“Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni”. Martin Luther King.

Chi subisce un atto di bullismo ne porta addosso le conseguenze per anni, a volte non ha più voglia di andare a scuola, non ha più autostima, diventa ansioso o depresso, dorme male, si isola, ha paura di uscire di casa… ti basta per capire che il bullismo è una cosa seria?

E allora non girarti dall’altra parte, non abbassare lo sguardo, ma alzati e difendi chi è vittima di prepotenze e abusi, perché il diritto a essere se stessi va sempre difeso! #stopbullying

Carlo è uscito da solo: quando il bullismo rende impossibili anche le cose più semplici.

Nel suo libro Carlo è uscito da solo, Enzo Napolillo racconta la storia di Carlo, trentatré anni e la paura di uscire da solo, di rivolgere la parola agli sconosciuti.

“Una linea retta è una serie infinita di punti”, così gli ha detto anni prima la professoressa delle medie, ma non l’ha avvisato che alcune rette possono essere interrotte.

Come la linea rassicurante della sua vita, che un giorno a causa di un bullo, un prepotente come ne incontriamo ogni giorno in classe, è andata in pezzi e da allora non è più stato possibile aggiustarla.

Per questo ora Carlo si circonda di abitudini e di persone fidate, come i suoi genitori e sua sorella Giada: ha costruito un muro tra lui e il mondo esterno.

Finché una mattina incontra Leda, ed è lei a creare una crepa nel muro, a ridargli un raggio di speranza. L’emozionante racconto di un ragazzo e una ragazza danneggiati dalla vita e la speranza di rinascere.

Se vuoi incontrare l’autore con la tua classe, scrivi a scuola@feltrinelli.it

“Mancavano due mesi alla fine della terza media. A Carlo era stata diagnosticata una leggera miopia e aveva chiesto di essere spostato in prima fila per non essere obbligato a met- tere gli occhiali.

Sapevano tutti che era solo una parte della verità, che dopo la festa di carnevale a casa di Valeria era stato estromesso dal gruppo dell’ultima fila e che Samuele, Fulvio e Piero erano ormai suoi ex amici.

Lo bersagliavano con proiettili di carta, sparati con le cannucce delle penne Bic. Quando rientrava a casa, prima di mettersi a tavola per il pranzo, andava davanti allo specchio a controllarsi i capelli. Più di una volta sua sorella gli aveva chiesto cosa avesse in testa o nel cappuccio della felpa.

Quando alzava la mano per rispondere alla domanda di un professore, veniva accompagnato da risatine o sbuffi annoiati. Alla fine dell’inter- vallo Samuele gli faceva trovare lo zaino capovolto nel cestino.

Era capitato che una cicca da masticare fosse rimasta appiccicata al libro di storia e che per toglierla si fossero strappate alcune pagine, o che la sera aprendo l’astuccio fosse sbucato un pezzo di formaggio o una fetta di salame.

Dal suo banco sparivano gomme, righelli, matite, che nei giorni seguenti ricomparivano negli astucci dei suoi compagni.

Chiedere aiuto ai genitori o denunciare i fatti ai professori significava fare la spia. Doveva tenere duro fino agli esami, le vacanze estive lo avrebbero salvato.

Era rimasto deluso scoprendo che Piero e Fulvio stavano dalla parte di Samuele nonostante le menzogne e il racconto della fuga davanti all’incendio. Ma aveva capito che era una scelta di convenienza, anche se si fossero alleati loro tre sarebbero stati comunque più deboli di Samuele.

Una mattina il preside entrò in classe seguito da alcuni professori. Iniziò un discorso generale riguardante la scuola, prima di elogiare Carlo portandolo a esempio di fronte ai suoi compagni.

La sua vittoria alle olimpiadi di matematica era il successo più importante conseguito dall’istituto negli ultimi anni.

Ci furono un applauso imbarazzante, una stretta di mano con foto per il giornalino comunale e la consegna di una pergamena con inciso il nome di Carlo.

“Chi ti credi di essere?” gli chiese Fulvio alla fine delle lezioni, sbarrandogli la strada mentre Carlo tornava verso casa. Qualsiasi risposta sarebbe stata sbagliata.

“Il piccolo genio fa il sostenuto,” disse Samuele, che li aveva raggiunti.

“Dov’è quello schifo di cosa che hai vinto? L’hai nascosta?”

……

Le settimane di scuola si susseguivano una dopo l’altra, i voti erano buoni, la noia tanta. Carlo non aveva più amici, partecipava ai gruppi di lavoro assegnati dagli insegnanti, svolgeva i compiti senza entusiasmo.

Nessuno gli aveva più chiesto perché, dopo aver vinto le olimpiadi di matematica, avesse scelto il liceo classico e non lo scientifico.

I suoi genitori, dopo l’episodio a tavola con l’amministratore delegato, avevano pensato che fosse giusto assecondarlo, che approfondire lo studio della matematica avrebbe ravvivato il dolore per la perdita della professoressa Giani.

Nessuno aveva capito che ignorare è peggio che dimenticare e che Carlo, ogni giorno, di continuo, si immergeva nei numeri, in addizioni e moltiplicazioni che, con la medesima forza di una storia, lo portavano via.

Una linea retta è una serie infinita di punti, glielo aveva detto la professoressa Giani, ma ciò che non gli aveva spiegato è che alcune rette possono essere interrotte. Così la linea rassicurante della sua vita, a un certo punto, era stata frantumata in miliardi di pezzi. E non era più stato possibile aggiustarla.

……

Carlo capisce di non essere l’unica vittima, che il dolore e la paura sono sentimenti comuni, che l’unico modo per sconfiggerli è creare il proprio piccolo mondo, abitarlo di persone scelte con cura, perché è saper scegliere a fare la differenza”.

(Contenuto in collaborazione con Scuola Feltrinelli Editore)