La tigre bianca: come diventare ricchi in India

di Redazione Smemoranda

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La fascinazione del cinema hollywoodiano nei confronti di quello bollywoodiano non è certo una novità, e tutti ci ricordiamo quando, ormai una dozzina di anni fa, The Millionaire di Danny Boyle si è portato a casa ben 8 Oscar con la sua storia di povertà e riscatto nelle strade di Mumbai. Ecco, sarebbe facile dire che questo La tigre bianca, prodotto e distribuito da Netflix, tenta la stessa operazione, però con un po’ di cattiveria in più (e meno nomination: solo una).

La storia è sempre un racconto rags to riches come dicono gli americani, cioè dalle stalle alle stelle: un uomo che, contando solo sulle sue forze, si fa strada nella società indiana: dal villaggio poverissimo in mezzo al nulla fino alla grande capitale (Bangalore, in questo caso). Il percorso ovviamente è a dir poco accidentato, e non saprei dire se si possa definire romanzo di formazione, visto che in effetti, almeno dal punto di vista etico, il protagonista finisce per essere un uomo peggiore rispetto al ragazzo che era. Ma l’etica conta poco in un ambiente crudele, in cui per sopravvivere non rimane che essere feroci. Ecco la tigre del titolo.

E qui c’è anche la grande differenza rispetto a The Millionarie. Il regista Ramin Barhani, che è assolutamente statunitense nonostante il nome e le origini iraniane, sembra costruire un film contrario rispetto a quello di Danny Boyle. Certo, il film è tratto da un romanzo (opera dello scrittore, lui sì indiano, Aravind Adiga), quindi non è fatto apposta. Però è difficile non notare che in The Millionaire c’era un ragazzo tutto sommato buono, che poteva contare su una serie di diciamo fortunate coincidenze. In La tigre bianca invece c’è un ragazzo che impara a essere cattivo, a coltivare l’odio mascherandolo con un sorriso. Che – per carità – è una cosa che facciamo tutti quotidianamente, ma nel film il gioco è portato alle estreme conseguenze.

Si può discutere se il film offra una visione realistica dell’India contemporanea, o se sia l’ennesimo tentativo hollywoodiano di ridurre in poche parole una cultura enormemente complessa, e se alla fine il risultato sia un surrogato tipo la coca-cola allungata che ti danno in certi fast food. Sia come sia, si può dire senza timore di smentite che il film – visto con gli occhi occidentali, certo – rimane credibile. Oltre che piuttosto divertente, per quanto possa esserlo una storia fondamentalmente drammatica. Soprattutto, almeno gli attori sono indiani davvero, tutti quanti: nell’epoca del cinema hollywoodiano globalizzato, sembra una scelta buona e giusta.