La Traviata

di Alessia Gemma

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La Traviata

L’attesa comunque alta, emozione da veglione di capodanno, smodata voglia di struggimento e mondanità, le aspettative infinite, il piglio agguerrito di chi ne sa niente di lirica ma spera di capire attraverso Verdi che cazzo ha sbagliato nella vita sua di donna moderna.Selfie a due Km dal foyer della Scala

E perché poi, come La Traviata insegna: “a diletti sempre nuovi dee volar il mio pensier”. Sta zozza.

AGGIORNAMENTO RAPIDO: La Traviata è un’opera in 3 atti di Giuseppe Verdi, che però l’ha tratta da un romanzo di Alexandre Dumas, La Signora delle camelie, che però è il figlio di Alexander Dumas dei 4 moschettieri. Insomma: dove c’è La Traviata c’è casino.

È SUCCESSO CHE: stasera c’è stata la prima al Teatro alla Scala di Milano, ma l’hanno trasmessa anche alla tele.

Rai5, per esempio, ha fatto i titoli di testa de La Traviata in formato fotoromanzo. Per venire incontro alle esigenze mentali di noi del pueblo in ciavatte nel tinello.

Per lo stesso motivo darò dei riferimenti più vicini a tutti, perché la mente pigra ha bisogno d’immagini tout court per capire il difficile: in questa Traviata Alfredo, il protagonista, è paro paro a Teo Mammucari, Violetta a Katia di Zelig.

Innanzitutto confortante vedere che in un prenatalizio sabato milanese ci fossero più ricchi accalcati alla prima alla Scala, che poveri da Zara a fare pensierini.

Importante ancora oggi il messaggio che viene veicolato: il sopruso di una società maschilista viene perfettamente reso da una donna costretta ad entrare in scena con un trucco che la invecchia di almeno 10 anni. In compenso l’inferiorità dell’animo maschile è simboleggiato alla perfezione dalla scelta del protagonista Alfredo e la sua tinta per capelli: intrigante come un modello del catalogo Conbipel.

Spiazzanti i costumi. Violetta la tosta si presenta al Teatro alla Scala con un costume, seppure certo un po’ troppo didascalico, rivoluzionario: è violaaaaaa. Non credo alla sfiga, però non credo sia una caso che lei alla fine muoia (ops, spoiler).

Atto I
Inizia come il film La Grande Bellezza, compresi i costumi.
L’ambientazione è da soap opera (o da roma godona anni 80, per chi ha visto La Grande Bellezza di cui sopra).

È in questo atto che quelli della mia generazione capiranno che i valzer de La Traviata non nascono in una pubblicità e sono nel nostro imprinting più della sigla di Holly e Benji.

Atto II
Cambia la scena, ci spostiamo nella cucina in stile Un medico in famiglia, elevata a opera lirica  dall’assenza di Lino Banfi che si dà i colpetti sulla testa.

È questo l’atto dello struggimento e della grande rinuncia di Violetta non tanto ad Alfredo quanto alla messa in piega.

E poi è in questo atto che, nel bel mezzo di un tinello arredato al Mobilone di Carugate, il cuore esplode in un minuto su uno degli acuti pià struggenti di sempre: “Aaaaaamami, Alfredo, quanto io t’amo. ADDIO.”. Picco massimo ed emblema del disagio femminile.

ESATTAMENTE NELLA SECONDA PAUSA A TEATRO SILVIO BERLUSCONI AGGIORNA LO STATUS IN FACEBOOK: va ancora capito se non lo hanno invitato o se lo ha fatto dal cesso.

Ricomincia, ed è in questa seconda festa che solo chi ha un cuore gonfio e lacerato d’amore può capire bene il tormento di Violetta mezza ubriaca con indosso il vestito e la parrucca migliori, totalmente sbagliati per l’agitazione della situazione, che ne vuole e non ne può avere. Solo chi nella vita reale è stato rifiutato dopo aver ingollato 5 bicchieri di superalcolici può capire questa storiaccia.

Atto III
Ancora una volta rivoluzionaria la regia: Violetta muore di tisi ma, potenza dei costumi, ancora più paciarotta rispetto al primo atto.

È esattamente in questo atto che Violetta finalmente si lascia andare a un bestemmione ottocentesco che ben rende il suo affaticamento d’animo per una vita tanto di merda: “GRAN DIO! NON POSSO”.

Non dovrei svelarlo, ma alla fine muore in un crescendo di gioia acutissima che pare simboleggi il parossismo, il crescendo del benessere che si raggiunge soltanto nell’istante prima della morte (o quando dopo 3 ore e dieci d’opera vai finalmente in bagno).

Quello che ho veramente capito io è che questa Violetta riesce a rendere giustizia a tutte le donne del mondo offuscando alla grande tutti gli Alfredi, i Padri Padroni e gli uomini in scena. Nonostante il mollettone e le ciabattine viennesi.

Per me, alla fine, più triste della morte della Violetta, è stata la faccia del regista sommerso di buuuu, perché io non lo sapevo che i buuuu esistessero veramente e anche in russo si chiamassero buuuu.

“E niente con queste m’han detto che non si stirano le camicie. Però nemmeno ci si cammina… #domaniantepianotraviata”   — di Nadra Ben Fahdel, ballerina in scena oggi.