L’alba del pianeta delle scimmie

di Michele R. Serra

Recensioni
L’alba del pianeta delle scimmie

Quella del Pianeta delle scimmie è una saga capace di macinare successi per almeno un decennio, fra i Sessanta e i Settanta: non c’è da stupirsi se periodicamente i grandi studios provano a rilanciarla. Dopo il passo falso del film di Tim Burton del 2001, stavolta è quella buona per un nuovo inizio. E quale inizio migliore di un prequel, che racconti le origini del Pianeta delle scimmie? Cioè: da dove sono venute le scimmie che – secondo il film originale, quello del 1968 con Charlton Heston – popolano la terra al posto degli umani?

Ecco la spiegazione: il protagonista (interpretato da James Franco) cerca la cura per l’Alzheimer, ma nel corso della sperimentazione sulle scimmie trova una formula che crea scimpanzé superintelligenti. Ho detto protagonista? Forse mi sbaglio… Già: il bello di questo film diretto dall’inglese Rupert Wyatt, è proprio che ti sembra che i protagonisti siano gli umani, ma presto ti rendi conto che non è così.

Sono le scimmie le vere protagoniste, e non sarebbero mai potute esistere senza uno degli ultimi ritrovati della tecnica cinematografica: la motion capture. In pratica, è la tecnologia che permette di riprendere con decine di cineprese (o sensori, o altre robe, dipende) ad alta definizione la performance di un attore, e poi usarla per dare vita a un modello tridimensionale. Il che significa, in questo caso, che l’espressività dell’attore Andy Serkis – lui ha già esperienza nel campo: ha fatto Gollum nel Signore degli anelli– viene trasferita sul viso della scimmia digitale che è al centro del film. Così si ottiene un risultato superiore sia all’uso di una scimmia ammaestrata, sia a quello di un attore semplicemente mascherato. Anzi, molto migliore. Tant’è vero che, alla fine, lo spettatore finisce per identificarsi, fra tutti i personaggi sullo schermo, proprio nella scimmia.

L’alba del pianeta delle scimmie è, prima di tutto, un grande spettacolo per gli occhi. I milioni di dollari spesi in effetti speciali si vedono, ma per fortuna c’è di più. L’ennesima dimostrazione che si possono fare bene anche i grandi blockbuster hollywoodiani, a patto di metterci dentro giusto un po’ di anima.