L’aspra cronaca di verosimiglianza

di Luca Maria Palladino

Storie di Smemo
L’aspra cronaca di verosimiglianza

In effetti tutti erano convinti di conoscerla, tutti la scambiavano per la verità ma non era la verità, tutti la salutavano come se fosse la verità ma non era la verità. Certo, nessuno poteva negare che le somigliasse, però non era la verità. Verosimiglianza c’aveva una sorte brutta come il peccato, l’affinità.
E dire che un tempo credeva fosse un bellissimo dono essere simile alla verità. Adesso, invece, era solo una routine che disprezzava quella di essere riconosciuta per quella che non era: diversi erano i suoi tratti somatici, pensava. Verosimiglianza deprecava quel momento in cui un estraneo ti dà la faccia di un altro: “sei identico a quel mio cugino”, dice l’estraneo.
Lo si lasci dire: l’aria si riempie di malinconia ogni volta che ti scambiano per qualcun altro. È aspro constatare che non si ha l’esclusiva manco per niente, nemmeno del proprio pelo sul naso. È come se ti cavassero un dente ogni volta che ti si fa presente di assomigliare a qualcun altro; è come se l’immagine che si vede dentro lo specchio tutte le mattine ti dicesse: “hey, sono io, non sei tu”. È come se ti avessero scoperto nudo mentre cerchi di defecare nella turca. Dio, che inopportunità.

D’altra parte, è un fatto noto che la vita è una cronaca aspra, per esempio: chi non ha mai assomigliato a qualcun altro? Ebbene, verosimiglianza ci assomigliava tutti li cazzo di giorni alla verità. Ed è profondamente ingiusto che ti usurpino della tua identità tutti li giorni. Verosimiglianza, pertanto, era arrivata all’esasperazione: si era decisa ad incontrarla la verità per rifarle i connotati, soltanto che non la trovò mai perché nessuno gliela indicò. Inoltre, nessuno degli interrogati seppe rimanere serio alla domanda posta da verosimiglianza. Ogni volta che verosimiglianza chiedeva dove fosse di casa la verità, la turba si scompisciava dalle risate. Gli astanti non ci potevano credere che colei che avevano davanti, colei che chiedeva dove fosse la verità, non fosse la verità. Dev’essere stato sconfortante per Verosimiglianza constatare di essere così trasparente, constatare che ogni interlocutore avesse la certezza di conoscerla molto meglio di qualunque altro interlocutore; constatare che nessuno conosce la verità.

“La vérité, l’âpre vérité.” Georges Jacques Danton