Black Lives Matter: le proteste degli atleti, da Tommie Smith a Lebron James

di Redazione Smemoranda

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Black Lives Matter: le proteste degli atleti, da Tommie Smith a Lebron James

#BlackLivesMatter. Molto più di un hashtag, il movimento è nato qualche anno fa in seguito alle violenze della polizia americana nei confronti di cittadini neri, spesso sfociate in veri e propri omicidi a sangue freddo: la goccia che ha fatto traboccare il vaso della rabbia degli afromaericani è stata l’uccisione di George Floyd da parte di un agente di polizia a Minneapolis. Floyd era in arresto perché sospettato di aver pagato un pacchetto di sigarette con una banconota falsa.

Non è certo un problema nuovo, quello delle sacche di razzismo che esistono all’interno della polizia e del sistema giudiziario: oggi però c’è un fatto diverso rispetto ai decenni passati, e cioè che esistono gli smartphone, quindi è molto più facile che un evento violento venga filmato e diventi pubblico. E quindi che milioni di persone in tutto il mondo vedano le immagini molto chiare, indiscutibili, di un uomo che viene soffocato. È lampante notare come si parli molto più di George Floyd che di Breonna Taylor, donna afroamericana uccisa dalla polizia, semplicemente perché non c’è un video che mostra il suo assassinio. Ecco il potere delle immagini.

Anche chi lotto contro il razzismo e l’ingiustizia conosce questo potere, e non stupisce che siano spesso gli atleti, vere e proprie icone del mondo globalizzato, a usare la propria immagine per sostenere la protesta della comunità nera. Ecco tre esempi della storia passata e recente, recentissima.

Tommie Smith e John Carlos, 1968

Alle Olimpiadi di Città del Messico, due atleti afroamericani – Tommie Smith e John Carlos (oro e bronzo nei 200 metri) – salirono sul podio levando al cielo i pugni guantati di nero. Si presentarono sul podio scalzi e indossando perline: simboli della povertà delle comunità afro-americane e delle numerose vittime dello schiavismo e razzismo negli Stati Uniti. Smith e Carlos furono cacciati dal villaggio olimpico e osteggiati in patria (tanto che vissero in povertà nonostante i successi sportivi), ma la loro protesta è ricordata ancora oggi.

Colin Kapernick, 2016

Colin Kaepernick è stato un quarterback di ottimo livello, condottiero di una franchigia storica della NFL americana come i San Francisco 49ers tra il 2012 e il 2016, e arrivato anche al Superbowl (purtroppo per lui, perso per soli 3 punti) nel 2013. Nel 2016, però, la sua carriera si è bruscamente interrotta. Non per un infortunio, non per una squalifica, ma per una scelta personale e politica insieme.

Alla fine di agosto, nelle partite della pre-season, Colin non si alza in piedi durante l’inno nazionale – tradizionalmente suonato all’inizio di ogni incontro – ma rimane seduto. Sembra un fatto casuale, ma si ripete la partita successiva, e quella dopo ancora. Qualche giornalista inizia a chiedergli il motivo del suo gesto. “Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le minoranze etniche”, risponde Colin. “Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono cadaveri per le strade, e persone che la fanno franca”. Dichiarazioni che hanno l’effetto di una bomba.

All’inizio della partita successiva, per la prima volta, Colin non è più solo. Con lui c’è uno dei suoi compagni di squadra, Eric Reid. I due non stanno più seduti, ma si inginocchiano. “Siamo giunti alla conclusione che dovevamo inginocchiarci piuttosto che sederci durante l’inno per la nostra protesta pacifica”, spiegherà poi Kaepernick alla stampa. “Abbiamo scelto di inginocchiarci perché è un gesto rispettoso. Abbiamo pensato che la nostra postura potesse ricordare una bandiera a mezz’asta per segnalare una tragedia.” La tragedia è quella del razzismo, della violenza della polizia contro i neri, dell’apartheid socioeconomico che ancora divide la società americana in cittadini bianchi di serie A e cittadini neri di serie B. Nelle settimane successive, molti altri giocatori si uniscono alla protesta silenziosa degli inginocchiati.

Ma la reazione dei politici, soprattutto quelli della destra radicale che sta guadagnando consensi e che porterà di lì a poco all’elezione del presidente Trump, è furente: il gesto di Kaepernick e compagni viene considerato una mancanza di rispetto nei confronti dell’inno nazionale, e della nazione tutta di conseguenza. I conservatori si rivolgono alla stessa lega del football professionistico americano, chiedendo a gran voce che un atteggiamento del genere non sia permesso. I proprietari dei club – tutti bianchi, per inciso – rispondono in modo tanto silenzioso quanto inequivocabile: da quella stagione, Colin Kaepernick diventerà un simbolo, ma non troverà più una squadra disposta a offrirgli un contratto, nonostante abbia capacità indiscutibili.

Lebron James, 2020

Per la prima volta nella storia, il campionato di basket americano NBA si ferma per una protesta. Dopo che i Milwakee Bucks si erano rifiutati di scendere in campo, le due squadre di Los Angeles, Lakers e Clippers, hanno votato per la sospensione definitiva della stagione Nba. Dopo il boicottaggio per protestare contro il ferimento dell’afroamericano Jacob Blake, in una lunga riunione tra tutti i giocatori presenti a Orlando dove sono in corso i playoff del basket americano, la star dei Lakers LeBron James si è fatto portavoce della proposta di fermare completamente la stagione e dare così una risposta dura al razzismo.

Lo sport in America si potrebbe dunque fermare per concentrarsi su di una partita più importante, in piena campagna per le elezioni presidenziali e durante la peggiore pandemia degli ultimi decenni.