L’estate dell’Alligatore 2

di L'Alligatore

Recensioni
L’estate dell’Alligatore – 2

 

Moustache Prawn, Erebus
Una bella storia rock attraverso il tempo e lo spazio quella di Erebus, secondo disco dei giovani pugliesi Moustache Prawn. Nata dialogando con Gianni Maroccolo durante un workshop (il mitico bassista narrò della cosiddetta “Trilogia della Talpa” dei Residents, e il cantante della band scrisse un racconto dal quale prese il via Erebus).
Erebus, fiaba ecologista ambientata in Antartide, dove degli scienziati fanno modifiche genetiche sugli animali in un’isola. I tre Moustache Prawn sono tre schiavi, che all’apparire di una nuova isola scappano. Questa è l’isola degli Skratz (esseri che regolano l’equilibrio dell’ecosistema terrestre), e  sarà compito del gruppo far tornare tutto come prima, più di prima …  
Canzoni preferite: “Goodbye Zero”, brano positivo nel cantato come nella melodia, la popitudine acida di “Eating Plants” immersa in archi che non ti aspetti, la psichedelia spinta di “Solar”, esaltata da trombe celestiali, il gran finale dilatato/dilatante “Natural Habitat”, il danzereccio elettrico labirintico “Waterquake” …
In analisi finale direi: è difficile scindere questo moderno concept-album in singoli episodi, esso è inevitabilmente tutto intrecciato. Tredici pezzi brevi, a volte poco più di un minuto, mai superiori a cinque, e la ghost-track con coretto a cappella decisamente sixty. Bello tornare all’Era dell’Acquario.


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Not a Good Sign, From A Distance
Not a Good Sign è una formazione milanese di progressive-rock di oggi, sì, dei nostri giorni; è ancora possibile fare della musica prog nel 2015. Ovviamente con delle diversità rispetto al periodo d’oro di questa forma musicale tanto difficile quanto appagante: niente lunghe suite, ma pezzi più brevi (dai 4 ai 7 minuti), più spazio al cantato e a parti melodiche. Il risultato è ben equilibrato, tra momenti pieni e altri più leggeri, un solo strumentale e un’idea forte a legare le dieci canzoni: la cupezza di questi anni di crisi, non banalmente economica, ma morale e civile.
Canzoni preferite: “Not Now”, brano molto ricco, dal cantato (sofferto e ispirato) ai suoni (organo in primis), “Flying Over Cities”, con un’elettricità di fondo e i cambi di ritmo a descrivere un paesaggio apocalittico, “I Feel Like Snowing”, un pezzo che sale, cambia e ti cambia, fenomenale, da anni ’70. “Aru Hi No Yoru Deshita”, messa strategicamente a metà disco, è uno strumentale classicheggiante (il titolo significa “La sera di quel giorno”, in giapponese, lingua studiata dal tastierista e compositore principale del gruppo), mentre chiudono in crescendo con l’hard-rock tormentato e cullante “The diary I never wrote” e la scheggia (impazzita?) “Farwell”.


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Plastic Man, Don’t Look at the Moon
Si sta confermando come un anno molto psichedelico il 2015, questo disco ne è un perfetto esempio. “Don’t Look at the Moon”, non guardare la luna, del giovane trio di Firenze, attuale capitale del rock underground. Dodici pezzi di pop-rock acidissimo, con chiari riferimenti al decennio d’oro, gli anni ’60, ma con la tecnologia e la testa di oggi. Quindi non semplice citazionismo, una bella dozzina di canzoni ben calibrate con spirito guida il cartoon emblema di una generazione “Alice nel paese delle  meraviglie”.   
Canzoni preferite: “Needle Point” per la sua psichedelia diffusa e la chitarra ipnotica, “Rolling Machine” perché è un grande rock psicotico con la voce femminile della band a dominare su quella maschile (live fanno scintille, dicono), “Black Hole” per il gran ritmo, anzi, la gran vibra e la giocosa rabbia, “Tom’s Tree” scatenato pop-rock sixty con dei bei fiati. Menzione speciale a “Blue and Black Dream”, labirintica e onirica come vuole il titolo, con un basso protagonista assoluto (oltre la chitarra, che c’è sempre).


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Pasquale Demis Posadinu, Pasquale Demis Posadinu
Attivo da più di 10 anni con i Primochef del Cosmo, Pasquale Demis Posadinu torna ad un disco firmato direttamente a suo nome. Un modo per rivendicare direttamente quello che canta, suona, produce, dalla sua stanza d’artista in quel di Nuvi, nel sassarese, dove è nato, ricavata nella sua casa in collina. Poetico e concreto, con molti vecchi amici accanto, come l’etichetta Desvelos Dischi, e Giovanni Ferrario, produttore artistico tra i più interessanti della scena underground italica, più alcuni musicanti da sempre a lui vicino. Il risultato è un disco molto personale e originale, che partendo dal particolare parla a molti, tanto da poter diventare un disco generazionale, di trenta/quarantenni con l’alternative-rock nelle vene.  
Canzoni preferite: “Memoir” per la malinconia e l’autobiografia diffusa, così naturale (tipo Francesco Bianconi) e una perfetta linea di basso, “Michela” per il bel modo di intrecciare storie, esistenze, esperienze, “Tesoro mio lontano” perfetta canzone d’amore senza stupide rime e chitarre splendide, “Coraggio ai poveri”, pezzo politico/poetico alla maniera di Lou Reed, molto intimo e con gran bel coro finale, “Mà” per la delicatezza struggente e un piano magico. Menzione speciale a “Più vecchi di Guccini”, inno ironico all’alternative rock, sia come musica, sia come testo… ci vedrei bene un video pazzo.


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Vito Ranucci, KTC Kiling The Classics
Killing The Classics, uccidere i classici, la musica classica. È quello che ha fatto, con questo disco, Vito Ranucci, sperimentatore, anzi, alchimista delle note, che ha sapientemente rimescolato i generi, ridando nuova linfa a una musica troppe volte relegata in grigio accademismo. Un’operazione ardita, una sorta di raccolta di brani classici riscritti in diversi modi, ma con un sound comune, che l’autore partenopeo (tra le varie cose, la collaborazione a “Le rose del deserto” di Monicelli) porta in giro per l’Europa con Federica Mazzocchi, autrice dei testi.
Canzoni preferite: “La vita”, molto solare (da un pezzo ultranoto di Puccini), poi un brano lontano da questo come “Innocence”, giocattolosa e dolente (dal Ravel), “Lost in the Garden”, pezzo completamente originale, molto prog anni ’70 (banalmente potrei dire Goblin), “Amadeus” con il quale apre il disco, sensuale e a tratti orientaleggiante Mozart, e il Beethoven fortemente elettronico (il maestro avrebbe apprezzato) “Lobet Den Herrn”. Ma è un disco tutto da ascoltare. Ti apre le orecchie.


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