L’estate dell’Alligatore 3

di L'Alligatore

Recensioni
L’estate dell’Alligatore – 3

River of Gennargentu, Taloro
Blues from Barbagia, anzi, blues dalla Barbagia, diciamolo in italiano, visto che Lorenzo, alias River of Gennargentu, ha trovato radici comuni tra le tradizioni musicali della sua regione e quelle della musica dei neri: i tumbarinos barbaricini come i tamburi del Mississippi, i fife and drum, tradizione arrivata grazie agli schiavi africani. Certe sessioni di canto, che ricordano il cantato di sua nonna quando era piccolo. Del resto, i quattro mori, cosa ci starebbero a fare sulla bandiera sarda? Da qui, un disco di blues radicale, come tematiche, suoni, fiumi (il Taloro del titolo, è il fiume che nasce nel Gennargentu).
Canzoni preferite: la title-track senza riserve, un pezzo strumentale dal suono tondo, un omaggio al fiume Taloro, come dicevo prima, che sembra scritto ed eseguito davanti ad esso (lo vedi scorrere). Poi “Fire over the Hill”, voce e chitarra classico, ascoltandolo ti sembra proprio di salire per una collina in fiamme, “Between Troubled Waters”, che sembra un pezzo di Robert Johnson rifatto da Keith Richards, la straordinaria versione di “Poor Black Mattie”, di  R. L. Burnside, fatta sua da Lorenzo. Un EP di soli sei pezzi. Ne vogliamo altri …

https://www.facebook.com/riverofgennargentu  
Due parole con River Of Gennargentu” sul Blog dell’Alligatore

Sophie Lillienne, The Fragile Idea
Non è una donna e manco una santa Sophie Lillienne, si parla di progetto musicale creato da VeZzo una decina di anni fa. Il musicista veneto ha girato il mondo, collaborando con il meglio della scena trip-hop ed electro-alternative internazionale, crescendo di album in album, fino a questo. “The Fragile Idea” è un vero e proprio concept-album (e dicevano che non vanno più di moda), un concept sulla fragilità delle idee che ci rendono noi, e ci rendono fragili, uscendo nel mondo. C’è quindi un continuo contatto tra esterno e interno in questi 16 pezzi, e anche nel lavoro fotografico curato da Gioia Guadagnin, legato indissolubilmente al disco.  
Canzoni preferite: anche se è difficile scindere il tutto in singoli brani, mi tuffo dentro il cd e dico “Immigrants”, pezzo dall’andatura quasi brechtiana (sì, un pezzo tra Brecht e i Massive Attack), poi “Fragile”, lento e sinuoso cuore dell’album (si espande e ti espande), “No Angel in Bristol” momento tra il mistico e il sensuale, veramente magnifico, dal vivo deve fare la sua porca figura, “Indie Girl” per l’ironia sottesa e il volare alto. Anche le foto legate a questi brani sono le migliori, a dimostrazione dell’unione forte musica/parole/immagini …

https://www.facebook.com/sophielillienne
Due parole con Sophie Lillienne” sul Blog dell’Alligatore

Sycamore Age, Perfect Laughter
“Perfect Laughther”, risata perfetta, quella di una divinità burlona, come la immaginano i Sycamore Age, partendo da una frase di Bukowski. Il gruppo toscano ha pensato a concept-album incentrato sul rapporto uomo/dio, immaginando, appunto, una divinità che in preda ad un incontenibile riso, crea noi e tutto ciò che ci circonda al fine di incrementare sempre più la sua infinita risata. Attraverso 11 acidissimi pezzi, con tastierine, bouzouki e altri piccoli strumenti del loro studio, bicchieri e coperchi, elettronica minimale, sono riusciti nell’impresa, costruendo uno dei migliori dischi dell’anno.  
Canzoni preferite: “Noise of Falls”, pop psichedelico struggente e senza tempo (da film di Wes Anderson), “Frowning Days, Odd Night”, voce al massimo, impeccabile arrangiamento e una spensieratezza di fondo (contiene il titolo dell’album), “The Womb of Nowhere”, celestiale pop corale con organetto magico, “Diorama”, mantra mistico e sensuale, elettrico e felliniano, “Monkey Mountain”, finale acido che più acido non si può … gran finale di un gran disco.


https://it-it.facebook.com/pages/Sycamore-Age/189958737712962
Due parole con i Sycamore Age” sul Blog dell’Alligatore

The Doormen, Abstract[ra]
Conosco questa band fin dal primo cd, nel 2009, posso quindi dire di averli visti crescere, crescere bene. Rappresentati della vera musica delle indie italiche, provenienti da una città di provincia quale Ravenna, si sono sempre prodotto i loro lavori, come questo terzo disco, “Abstract[ra]”, un vero e proprio concept-album nelle intenzioni dei The Doormen: la fuga dalla cittadina da parte di un ragazzo, dopo una delusione d’amore, un viaggio lontano dal lavoro (e non-lavoro), dall’alienazione dello stare in piccoli centri, ai quali si resta però sempre legati. Legati come gli uomini sulla splendida copertina disegnata da un altro ravennate amico del gruppo, Nicola Varesco.  
Canzoni preferite: “Good People On My Road”, pezzo estatico, dal gran ritmo e ottima melodia, un pezzo che prende subito e non ti lascia più (live colpirà maggiormente), “Abastract Dream”, che apre magnificamente il disco e traccia (forse) una nuova strada psichedelica per la band, “Like A Statue”, cavalcata rock sciolta, rabbiosa, altro brano ottimo per i live, “Kill Me Right Now” voce/chitarra molto britsh, pezzo intenso e rotondo, e poi “Technology”, l’ideale singolo atto a conquistare gli ascoltatori di qualche radio furba, “Higway Again”, gran finale romantico, da ballare abbracciati in un vecchio film di Wenders.


https://it-it.facebook.com/pages/The-Doormen/118137594868023
Due parole con The Doormen” sul Blog dell’Alligatore

Walden Waltz, Eleven Sons
Che succede ad Arezzo? Dico, musicalmente parlando? Dopo i Sycamore Age, ecco i Walden Waltz, a trasformare la cittadina toscana nella capitale italiana della psichedelia. In questo 2015 sono usciti con due dischi splendidi: un capolavoro, già lodato qui, i Sycamore Age, uno dei migliori esordi i Walden Waltz, con questo “Eleven Sons”. Del resto i cinque aretini si sono fatti notare già negli States, con un lungo tour, durante il quale hanno incontrato mostri sacri del rock, imparando due o tre trucchetti per fare ottima musica. Questi loro 11 figli, come hanno intitolato l’album, sono uno più bello dell’altro.    
Canzoni preferite: “A and D”, folk-rock dorato con violoncello magico di Francesco Chimenti (Sycamore Age) e clarinetto di Sam Mcghee, poi “Tyger”, una beatles-song rimasta sotto acido quarant’anni, quindi “So they say”, apertura dream-folk con il contrabbasso di Davide Andreoni (ancora Sycamore Age) in evidenza, “How long” spiritata quasi blues, “The fair and the hermit” finale pinkfloydiano (giusto per fare un nome che tutti conoscono), corale e acido come tutto questo album. Da incorniciare.

https://www.facebook.com/waldenwaltz
Due parole con i Walden Waltz” sul Blog dell’Alligatore