Lettera aperta di Paolo Limonta a Obama

di La Redazione

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Lettera aperta di Paolo Limonta a Obama

Egregio Presidente Obama,

io non sono che uno dei sei miliardi di abitanti di questo pianeta, ma mi auguro vivamente che Lei, nonostante le enormi questioni cui deve far fronte, riesca a leggere questa lettera perché potrebbe davvero esserLe molto utile.

Mi chiamo Paolo Limonta e sono un maestro elementare di Milano, in Italia.

Il 3 giugno mi è stata negata l’autorizzazione all’ingresso negli USA dove avrei voluto recarmi per turismo.
Non ho avuto alcuna spiegazione sulle ragioni di tale diniego mentre la stessa autorizzazione è stata concessa al resto della mia famiglia: mia moglie Barbara e mio figlio Rahul.

La sera di giovedì 11 luglio a entrambi è giunta una mail in cui si comunicava loro da parte dell’ESTA ( Electronic System Travel Authorization ) che anche il loro viaggio diventava improvvisamente “non autorizzato”.

I Suoi apparati di sicurezza, insomma, anziché rendersi conto della sciocchezza fatta negando a me l’autorizzazione, hanno deciso di risolvere il problema alla radice impedendo a chi mi è vicino di intraprendere un viaggio che Rahul ha pensato e preparato da tempo.

Come vede la decisione mi ha talmente stupito che ci ho messo qualche giorno a decidere di scriverLe.

Ecco, io vorrei che dedicasse pochi minuti del Suo tempo per cercare di capire cosa è successo e, soprattutto, per giustificare questa scelta a un ragazzo di 19 anni.

Perché, qualche giorno fa, quando i giornali italiani si sono occupati della mia situazione, un Dirigente del Consolato USA a Milano ha dichiarato che la non concessione dell’autorizzazione all’ingresso nel suo paese non dipende mai da motivi politici, razziali o religiosi.

E, quindi, quali sarebbero i motivi per cui Rahul non può venirLa a trovare?

Vede, Presidente, io credo invece che i motivi per cui a me è stato vietato l’ingresso negli USA siano molto legati al mio impegno per la pace e i diritti umani.
Impegno che mi ha portato in molti paesi del mondo, dall’Iraq al Kurdistan, dal Messico all’India, dall’Algeria alla Palestina.
Impegno che ho sempre svolto a viso scoperto e alla luce del sole.
Impegno che mi ha sempre visto dalla parte della popolazione più povera.
Ma se questo potrebbe giustificare la non autorizzazione al mio ingresso negli Stati Uniti, cosa c’entra un ragazzo di 19 anni?

Vede, Presidente, Rahul è cresciuto in una famiglia sana.
Suo nonno e il suo bisnonno, ormai morti, erano comunisti e partigiani e hanno combattuto insieme alle truppe statunitensi per sconfiggere il nazifascismo e liberare l’Italia rendendola un paese democratico.
A me e alle mie sorelle hanno sempre insegnato il rispetto per la democrazia, la libertà di pensiero, la possibilità per ognuno di poter esprimere le proprie idee e le proprie convinzioni.

E io e le mie sorelle abbiamo trasmesso gli stessi valori ai nostri figli.

Sono i valori che ho sentito ripetutamente riaffermare anche da Lei e che, mi scusi, contraddicono ampiamente una scelta incomprensibile, sbagliata e profondamente ingiusta.

Presidente Obama, è nel suo diritto ignorare tranquillamente questa lettera e tacere.
Ma credo che, così facendo, perderà la stima e la fiducia di un ragazzo che ha gioito con me per la Sua elezione.

A differenza di una serie di personaggi un po’ razzisti, un po’ xenofobi, un po’ qualunquisti che hanno molto ironizzato sulla mia non autorizzazione all’ingresso negli USA dicendo che loro, invece, ci possono andare quando vogliono.
Negli USA ci possono venire quando vogliono ma, se ci vivessero, non l’avrebbero mai votata.
Non per le sue idee o i suoi programmi, ma semplicemente per il colore della Sua pelle.

Perché così va il mondo, Presidente, ma io non smetterò di lottare perché diventi un mondo migliore.
Per Rahul, per le ragazze e i ragazzi come lui, per le bambine e i bambini della mia scuola e per quelli di tutto il mondo.

E credo davvero che anche Lei stia cercando di cambiarlo questo mondo.

Oggi però deve riuscire a spiegare a Rahul come si possa conciliare la volontà di cambiamento con la non accoglienza di un ragazzo che vorrebbe venire nel suo Paese e oggi, semplicemente, non può farlo…

Un saluto.

Paolo Limonta, maestro elementare, Milano, Italia

Paolo Limonta con il sindaco di Milano Giuliano Pisapia il 26 giugno 2013 alla festa di presentazione della Smemo 2014 alle Officine Creative Ansaldo. (Foto di Andrea Delbò).