Lights Out Terrore nel buio

di Michele R. Serra

Recensioni
Lights Out – Terrore nel buio

Avete ancora paura del buio? No di certo. O forse solo un pochino, sotto sotto, anche se non lo ammettete. Perché è una di quelle cose innate, genetiche, scritte nella natura umana. In fondo, fino a pochi secoli fa di notte era meglio non andare in giro: rischiavi di essere divorato dalle belve, o roba del genere. Forse anche per questo motivo noi uomini evoluti del 2016, pur vivendo in città illuminate 24 ore su 24 da migliaia di piccoli soli artificiali, in fondo all’anima pensiamo che il buio potrebbe nascondere qualche insidia. Ed è proprio su quel piccolo tarlo che lavora il regista svedese David Sandberg per il suo primo film hollywoodiano, Lights Out (che in italiano significa ovviamente “luci spente”). Sottotitolo, Terrore nel buio.

Non vorrei raccontarvi la storia del film. Anche perché: chi se ne frega, è un horror. Piuttosto vorrei raccontarvi la storia che sta dietro il film, perché è una bella storia, una di quelle storie che ti danno fiducia nel futuro. Dunque: circa tre anni fa David Sanberg, trentenne sconosciuto, ha preso sua moglie Lotta Losten e insieme a lei ha girato un cortometraggio horror di neanche tre minuti, basato su una sola scena. Vediamo una donna in procinto di andare a letto: spegne la luce, ma vede una figura nel buio (una specie di donna con i capelli arruffati, non si capisce bene, ovviamente). Allora riaccende la luce, ma la donna non c’è più. La rispegne, e quella è di nuovo lì. Andatevelo a vedere su youtube perché merita.

Per farla breve, il corto ha vinto qualche premio in giro per il mondo ed è capitato sotto gli occhi di James Wan, il regista di Saw l’enigmista e Fast & Furious, che ha chiamato Sandberg e gli ha detto qualcosa tipo: caro David, vieni in America perché voglio che trasformi quel tuo cortometraggio in un vero film horror. E quindi, detto fatto.

Siccome Lights Out ha questa storia, è difficile non voler bene a un progetto nato come indipendente e arrivato fino a Hollywood. Però ti viene da pensare che tutto sommato non è proprio immediato stiracchiare un cortometraggio di tre minuti fino farlo diventare un lungo di un’ora e mezza. Qualche anno fa ci avevano provato con Pixels, ricordate? Ecco, lì non era andata tanto bene. Questo progetto però è più semplice, e quindi alla fine anche con pochi elementi riesce a funzionare piuttosto bene. E funzionare ovviamente significa fare paura.

Ancora una volta con Lights Out viene fuori che per fare un horror non serve poi granché, ma solo qualche buona idea e abilità da parte del regista. Tutte qualità che questo film possiede. Certo non si tratta di un capolavoro di profondità, ma fa paura. E poi riesce a essere horror senza bisogno di sadismo, torture e senza troppi morti. Non vorrei dirlo, ma di questi tempi è un sollievo.