Lo Hobbit La battaglia delle cinque armate

di Michele R. Serra

Recensioni
Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate

Tre film per portare al cinema l’enorme affresco del Signore degli Anelli di JRR Tolkien sembravano troppo pochi. Tre film per portare al cinema i sette capitoli de Lo Hobbit sembravano forse troppi. Ma tutto è possibile per Peter Jackson e i suoi sceneggiatori, tra i quali c’è anche – per dire – un altro regista piuttosto noto a Hollywood come Guillermo del Toro.

E allora, ecco La battaglia delle cinque armate, che sul libro corrisponde a qualcosa come a un’ottantina di pagine, e sul grande schermo invece dura due ore e mezzo. Il fatto positivo è che di queste due ore e mezzo, due ore sono occupate da spadate, asciate, martellate, pugni, frecce, lance e testate tra orchi, elfi, nani, draghi, umani, bestie, maghi e hobbit. E questo è un bene, ovviamente.

In realtà qui di hobbit, cioè di Bilbo Baggins, ce n’è pochino. Non nel senso che Martin Freeman, l’attore che interpreta Bilbo, viene digitalmente abbassato di un mezzo metro per renderlo appunto hobbit, ma che il centro della storia non è lui, ma piuttosto i nani e il loro re, Thorin Scudodiquercia.

Quello che faceva funzionare le precedenti puntate del Signore degli Anelli e de Lo Hobbit firmate da Peter Jackson era la capacità di mettere insieme il grande e il piccolo, l’epica delle grandi battaglie e il racconto dei sentimenti e delle motivazioni dei personaggi. In questo capitolo finale – ovviamente – si capisce che l’equilibrio si rompe, perché l’azione deve essere il punto: azione enorme, da kolossal moderno, in 3D e n 5K e in HFR e tutte quelle altre sigle che periodicamente cambiano ma che significano sempre la stessa cosa; cioè che per fare film come questi, bisogna spendere un sacco di soldi. Il risultato estetico non è male, eh…

L’ultimo capitolo de Lo hobbit cinematografico è un perfetto esempio di Hollywood-cinema contemporaneo, cioè un grande ibrido che ha complicato ancora di più la distinzione tra vero e falso sullo schermo, ammesso che nel cinema sia mai esistito qualcosa di vero. Cinema che prende pezzi di linguaggio del videogame per incorporali, imitarli, adattarli a uno spettacolo diverso e colossale.
Addirittura qui Peter Jackson si auto-cita più volte, come a dire: adesso mettetevi a rivedere tutti i sei film uno dopo l’altro, e unite i puntini per vedere quanto sono stato bravo.

In realtà sì, lui è molto bravo, ma in tutto questo presunto spettacolo, alla fine i momenti che ti fanno fare veramente wow sono solo un paio (in particolare uno verso la fine del film). O forse sarà solo che far vedere enormi battaglie all’arma bianca senza mostrare neppure una goccia di sangue, bè alla fine è un po’ strano. Forse politicamente corretto, ma non troppo efficace.