L’ultima corsa

di Alessia Gemma

News
L’ultima corsa

“Per l’amore che nutriva per gli animali, l’Oscar batteva Noè 6-0, 6-0. L’Oscar amava gli animali in genere, ma soprattutto i cavalli; in modo particolare quelli cosiddetti da corsa. Per amore dei cavalli da corsa l’Oscar non fumava, non beveva, era sempre all’aria aperta: la mattina per vedere le sgambature, il pomeriggio le corse. Era un tipo coerente l’Oscar: non aveva mai lavorato. Niente poteva distrarlo da quello che considerava la sola, autentica vocazione della sua vita. Studiare attentamente il programma, parlare con fantini, allenatori, artieri, maniscalchi, veterinari, con chiunque potesse aggiornarlo compiutamente e scommettere fino alla morte. (Si vantava di aver pagato un deca sopra l’altro tutta la tribuna principale del galoppo e di essere stato tra i più solerti finanziatori dei lavori di restauro effettuati all’ippodromo del trotto). Alle corse aveva perso una cifra nuova, nel senso che non era ancora stata inventata. La sua competenza era da tutti riconosciuta, almeno quanto la sua straordinaria sfortuna. Ogni capello grigio era un “non piazzato”, ogni ruga una “rottura traguardo”. (Se l’Oscar puntava su un cavallo, bisognava scommettere la vita sull’avversario).” (Beppe Viola, Ippodromo)

Foto Alessia Gemma 30dic2012, l'ultimo giorno

Sembra che parlasse di se stesso, o di suo padre, o dei suoi zii tutti, che all’ippodromo videro svanire cifre, appunto, non ancora inventate. Si racconta che il primo viaggio a San Siro mio padre lo fece che era ancora in grembo di sua madre, la quale venne trascinata dal marito (malato di ippodromo), a mesi nove di gravidanza, per scommettere sul cavallo matematicamente sbagliato. Si giocarono tutto, anche il biglietto del tram, e la camminata per tornare a casa fu lunga, faticosa e tesissima.
Quando chiedo agli amici di mio padre di parlarmi un po’ di lui, senza eccezione dicono che aveva tentato disperatamente di impastarli in quel mondo. Li andava a prendere fresco come una rosa alle sei di mattina perché quelle sgambate sono essenziali per capire come sarebbe andata la corsa del pomeriggio; parlava con tutti, chiedeva, studiava. Avrebbe dovuto beccarci più volte, ma poi sarebbe stata una storia tutta diversa. Loro andavano per vederlo sudare d’inverno per una puntata.
Suo padre, che poi sarebbe mio nonno Mario, di mestiere faceva il marconista, che era anche un buon lavoro: i suoi colleghi, con lo stipendio, riuscivano a portare mogli e figli in vacanza per tre mesi l’anno, settimana bianca compresa. In casa Viola non girava una lira, per via delle bestie. Dovette addirittura andare in Venezuela, si dice per via delle scommesse, scoprendo con grande tristezza che anche a Caracas i cavalli non sempre vincevano. I suoi fratelli Donato, Renato e gli altri otto o nove ci avevano anche loro dato dentro mica da ridere. Con, ahimé, risultati molto simili.

Foto Alessia Gemma 30dic2012, l'ultimo giorno
L’ippodromo per la mia famiglia era un luogo che si frequentava come si frequentano le elementari, un passaggio obbligatorio, soprattutto per i maschi: diceva mio padre che uno dei sui parenti che si trasferì in America per cercar fortuna, vivesse all’ippodromo di Yonkers, che tanto non dava fastidio a nessuno. Aggiunge mia zia (Viola doc), che se io vado in un qualsiasi ippodromo del mondo e faccio chiamare il signor Viola con il megafono, qualcuno si presenta matematico, e mi assomiglia fisicamente.
San Siro chiude, e chiude tutto un mondo. Chiude una fauna di personaggi che sono oramai rari, perché quelli che andavano lì solo per vincere adesso sono dietro a macchinette e robe digitali. Perché l’ippodromo non vuol dire voler vincere, vuol dire capire profondamente un modus vivendi: coglierne il linguaggio, capirne le regole, accettare i valori che lo distinguono da qualsiasi altro posto. È un mondo a parte. Perché la differenza tra l’ippodromo di San Siro e per esempio l’autodromo, dove comunque si gira su una pista e che vinca il migliore, è che le bestie sudano, scalpitano, sono vive, organiche. Ai cavalli ci si affeziona, sono loro i veri protagonisti. Le macchine puzzano di olio e di benzina, vengono guidate da fighetti viziati e primedonne, le spegni e ritornano ad essere oggetti da box. Gli appassionati sono ricchi e ignoranti, belli con le mèche e abbronzati anche a gennaio.
E forse ha anche senso che l’ippodromo non sia più di moda: l’ingegneria, la tecnologia, il digitale hanno a poco a poco rimpiazzato un po’ tutto il mondo animale. I cavalli puzzano, bisogna volergli bene, bisogna starci dietro: il tempo è denaro, e il denaro è carogna. E a volergli bene sono le persone normali: i pensionati, quelli da bar, quelli a cui perdere vuol dire rinuncia, e vincere un piatto in più di pasta. Altra categoria, insomma.
Sento da Boston il cliccheteclacchete delle mille ossa Viola che si rigirano nelle varie tombe sparse per l’Italia: Napoli, Milano, Roma: lo stesso clicchetclacchete dei cavalli che sentivo tutte le volte che, invece di andare al cinema, venivo portata a san Siro.
Mi sembra che mio padre sia morto ancora di più, senza l’ippodromo.

Marina Viola

Foto Alessia Gemma 30dic2012, l'ultimo giorno