Malati… di protagonismo

di Redazione Smemoranda

Recensioni
Malati… di protagonismo

In America, una disperata donna di colore sta piangendo la prematura scomparsa della figlia, privata dell’adeguata assistenza medica benché in preda alle convulsioni. Qualche minuto più tardi, in Francia, tanti ragazzi di ottimo umore si baciano al ritmo di Je T’aime Moi Non Plus, forti – evidentemente – della consapevolezza di essere nelle mani di un sistema sanitario ben diverso da quello statunitense.

E’ difficile da stabilire. Si tratta, in ogni caso, delle due immagini più ‘folkloristiche’ di “Sicko”, l’ultimo film di Michael Moore: forse due facce della stessa medaglia, forse la stessa faccia di due medaglie diverse.
Stando ai comunicati ufficiali e al battage promozionale, dovrebbe comunque trattarsi di uno spaccato di denuncia della Sanità a stelle e strisce, totalmente refrattaria al concetto di statalizzazione e da sempre governata dalla lobby delle Assicurazioni private. Che per molti sono inaccessibili già sulla carta, ma che finiscono con il rivelarsi addirittura ‘omicide’ anche per coloro che, al contrario, possono avervi accesso ma necessitano di coperture mediche troppo onerose. Il meccanismo è diabolicamente semplice e semplicemente diabolico: piuttosto che garantire la dovuta (e doverosa) assistenza, le Assicurazioni si appellano a cavilli di qualsiasi genere per negare l’erogazione del sussidio, arruolando schiere di ‘killer virtuali’ con il compito di scandagliare da cima a fondo le condizioni mediche e personali dei pazienti fino a trovare il primo pretesto utile a pronunciare il fatidico “Niet!”.

Il sospetto, però, è che le effettive intenzioni di Michael Moore non rispecchino troppo alla lettera – una volta di più – i comunicati ufficiali e il battage promozionale, e che la tanto sbandierata “denuncia” si risolva invece nella consueta fiction autoreferenziale di un paio d’ore a metà tra il confessionale del Grande Fratello e Borat, in cui si alternano primi piani in lacrime accuratamente coreografati (come la giovane madre di colore di cui sopra, ripresa in modo che alle sue spalle sia ben visibile un’altra madre che, casualmente, proprio in quel momento sta spingendo sua figlia in altalena) a ossessivi ‘camei’ dello stesso Michael Moore nelle più forzate e stucchevoli espressioni di sconcerto e disgusto.
Tutta l’argomentazione su cui si regge “Sicko” per dimostrare che in America la Sanità privata produce solo vittime mentre altrove – in Canada, in Francia, a Cuba – quella pubblica dispensa a chiunque ogni genere di comfort e di appagamento sono una manciata di interviste (che, volendo essere malfidenti, si potrebbe quasi ipotizzare essere state sceneggiate ad hoc e ripetute più volte fino ad ottenere esattamente l’effetto desiderato) e qualche estemporanea, sommaria documentazione insufficiente perfino per una tesina di Terza Media.
Con colpi di teatro francamente evitabili, come la ripresa dall’alto in stile Mission:Impossible dei gommoni diretti a Guantanamo su cui Moore, novello Caronte degli Oceani, si offre di traghettare tre volontari dell’11 settembre verso l’ennesima richiesta di soccorso inascoltata, o come la chiusa con voce fuori campo in cui Moore dichiara di averanonimamente devoluto 12mila dollari al suo principale detrattore telematico per permettergli di curare sua moglie senza chiudere il suo blog contro il regista (e come possa essere anonima una donazione che viene sbandierata in un film distribuito in mezzo mondo rimane tuttora un mistero).

Insomma: su questo medesimo argomento, a dissotterrare un po’ di cadaveri del ridente “cimitero del Mulino Bianco” degli Stati Uniti d’America ci aveva già pensato, con tutt’altro intento e tutt’altro genere di risultati,Report di Milena Gabanelli nella puntata del 24 aprile 2005. Che non era, come “Sicko”, un ‘one-man-show’ figlio di quella stessa (sub)cultura che si millanta di voler combattere e che infatti, forse non a caso, non è costata 9 milioni di dollari e non si è prodigata in riprese né da Mission:Impossibile né da Borat.
Verrebbe da chiedersi: con quei 9 milioni di dollari, a quanti americani Michael Moore avrebbe potuto offrire concretamente condizioni di vita migliori anziché trasformare la sofferenza (e la morte) della gente in Show Business, peraltro rivelandosi un flop?