Manifestare in America

di Marina Viola

Attualità
Manifestare in America

Negli Stati Uniti, diversamente dall’Italia e dall’Europa in generale, le manifestazioni sono rare, piene di adulti ex frikkettoni e di polizia pronta a caricare. Chiedo a Alex Vitale, un ex-professore-amico-sociologo-criminologo che studia il comportamento della polizia durante le manifestazioni (in particolare durante il recente movimento ‘Occupy Wall Street’), di spiegarmi un po’ come funziona.

Come si fa ad organizzare una manifestazioni in America?

Dipende. Il primo emendamento della nostra costituzione ci dà il diritto di organizzare piccole manifestazioni senza avere nessun permesso, ma si devono seguire delle regole precise: non si può intralciare il traffico, e non si deve bloccare il flusso dei passanti sui marciapiedi. Di solito in questi casi la polizia è molto vigile e poco tollerante, e fa di tutto per interferire aggressivamente. Se un gruppo vuole organizzare una grande marcia, allora deve richiedere un permesso alla polizia, cosa molto difficile da ottenere, e l’iter burocratico è complesso. Questo vale per tutti, indipendentemente dal gruppo che vuole organizzare o dal motivo della protesta. Semplicemente, non lasciano fare manifestazioni a nessuno! Comunque sta diventando sempre più difficile anche in tanti altri paesi nel mondo.

Quanta gente partecipa a una manifestazione cosiderata “di successo” dagli organizzatori?

L’affluenza è una una frazione di quella delle manifestazioni italiane: durante le manifestazioni internazionali contro la guerra in Iraq, per esempio, a Roma parteciparono quasi un milione di persone, e qui fummo centomila o poco più.

Chi va in manifestazione negli Stati Uniti?

Soprattutto attivisti politici degli anni Sessanta, che ancora si occupano di giustizia sociale. Di giovani se ne vedono molto pochi. Devi capire che qui i giovani sono continuamente bombardati, sia dagli insegnanti che dai mass media, con l’idea che la politica non sia altro che una distrazione dalle potenziali aspirazioni che hanno. Direi che i giovani non sono a-politici, ma piuttosto anti-politica. Vedono la politica come un ostacolo, addirittura un pericolo.

Quando si partecipa ad una manifestazione, cosa ci si può aspettare?

Posso parlare soprattutto per quanto riguarda New York: durante le manifestazioni c’è una presenza molto massiccia di polizia, che usa metodi di micro-management aggressivi, delimitando ad esempio con baricate di metallo le aree destinate alla manifestazione. I polizziotti hanno generalmente un’attitudine molto aggressiva verso chi partecipa alla protesta. Usano questo atteggiamento perché a New York la polizia ha un ruolo molto specifico, dettato da una filosofia chiamata ‘broken windows’ (letteralmente finestre rotte), secondo la quale il ruolo delle forze dell’ordine è quello di proteggere gli spazi pubblici anche usando meccanismi di controllo invasivi, fermando e perquisendo persone che loro reputano sospette. In pratica è uno strumento intimidatorio, usato soprattutto nelle zone più povere della città e durante appunto le manifestazioni.

Eppure sono rari gli atti di violenza o di vandalismo durante le manifestazioni americane…

È vero: la violenza durante i cortei in questo Paese non è vista come una strategia corretta, anche questo è frutto degli anni Sessanta, periodo in cui il messaggio politico abbracciato dalla maggioranza degli attivisti era di non violenza, vedi per esempio la lotta per i diritti civili guidata da Martin Luther King. Allora furono relativamente poche le volte che si proposero strategie violente, e furono utilizzate soprattutto da militanti di gruppi politici rivoluzionari, come gli Weather Underground. Si arrivò quasi subito alla conclusione che queste tattiche erano controproducenti per il movimento. Ci sono ancora dei gruppi violenti, come i Black Block, ma sono molto marginali.

In Italia la manfiestazione più violenta è stata quella del 2001 a Genova durante il G8. Come saprai, la polizia arrestò e torturò manifestanti dopo averli portati un una scuola, e uccisero addirittura un ragazzo. C`’e un espediente simile nella storia degli Stati Uniti degli ultimi dieci anni?

Durante i summit internazionali e le convention politiche nazionali ci sono sempre forti conflitti fra dimostranti e forze dell’ordine. A Miami nel 2003, durante una grande manifestazione, la polizia fu molto aggressiva: utilizzò, fra le altre cose, gas lacrimogeni e pistole che sparavano pallottole di legno. Fece di tutto per smantellare la manifestazione arrestando e aggredendo. Diede addirittura informazioni sbagliate ai pulman che arrivavano carichi di gente. Fu un fatto talmente grave che adesso un atteggiamento particolarmente violento delle forze dell’ordine in una situazione del genere è chiamato il “Miami Model”.

Allora, in conclusione: i ragazzi americani non sono affatto interessati alla politica, le poche manifetazioni sono generalmente più piccole rispetto a quelle italiane, e la presenza della polizia è aggressiva e opprimente. Te credo che i liceali preferiscono andare a ballare…

I ragazzini non ci andrebbero comunque in manifestazione: non credo che la presenza della polizia sia il deterrente che li tiene a casa. Comunque, per finire con una notizia positiva, con il movimento Occupy (ma anche prima, durante gli ultimi anni del governo Bush) noto tra miei studenti un leggero, marginale, piccolo eppur presente interesse verso il discorso politico. Staremo a vedere.

Occupy Wall Street Protests