Marco Balzano, il prof anti-bulli

di Salvatore Vitellino

Sbullizzati - Storie di Smemo

Marco Balzano è un prof. Un prof particolare.

Ha scritto diversi libri, l’ultimo si intitola Resto qui. Nel 2015 ha vinto il prestigioso premio Campiello con un romanzo da leggere, “L’ultimo arrivato”, la storia di un piccolo immigrato siciliano che va al Nord nell’Italia dei vostri nonni, l’Italia degli anni Cinquanta, poco dopo la fine della guerra, quando c’era fame, miseria e immigrazione. Già, immigrazione: il piccolo protagonista del libro, Ninetto detto pelleossa, potrebbe essere oggi uno qualunque dei giovani nordafricani minorenni che arrivano in Italia da soli…

Dunque, Marco è un prof fortunato. Perché “fortunato”? Perché insegna Italiano nelle scuole dell’hinterland milanese, dove a volte negli ultimi anni gli studenti italiani di genitori stranieri sono la maggioranza nelle classi, e dove, se ci fermiamo un attimo a pensarci, si sta preparando la società italiana dei prossimi 20 o 30 anni. Quindi lui lavora in un osservatorio privilegiato su quella che potrà essere la fisionomia delle periferie italiane del prossimo futuro: diventeremo come le banlieue francesi, cioè quartieri ghetto? Oppure sapremo creare cittadini futuri ben integrati e quartieri ricchi di diversità, e pacifici?

Smemoranda: La domanda che facciamo a tutti gli ospiti di Sbullizzati per iniziare è la stessa: hai mai avuto a che fare col bullismo? Raccontaci la tua testimonianza di studente, per capire com’era il clima nelle scuole nei primi anni Novanta.

Marco Balzano: Sì, ma non su di me. Su un compagno di classe che si chiamava Matteo. Gente della scuola e del quartiere l’ha umiliato in modi che non riesco nemmeno a riferire. Quel ragazzo ha poi cambiato scuola e io mi sono chiesto molte volte cosa avrei potuto fare che non ho fatto. Ero piccolo, avevo dieci anni… ma non si è mai troppo piccoli per fare qualcosa.

Adesso invece che sei prof da diversi anni, nelle scuole di oggi dove insegni o hai insegnato, sei venuto a conoscenza di atti di bullismo? E come sono cambiate anche le forme di cattiveria ed esclusione?

Dare voce a un fenomeno vuol dire dargli anche un’esistenza più compiuta e oggettiva, certo. Ma ovviamente il bullismo esiste da sempre perché l’uomo, dove l’educazione lascia dei vuoti, tende a manifestare la sua prepotenza e i suoi residui di bestialità. Però va detto che l’aggiunta del bullismo sul web sta facendo assumere una dimensione inedita e più preoccupante a questo problema. Lo rende più complicato da decifrare. Di conseguenza è più difficile trovare le giuste strategie per intervenire.

Mi piacerebbe sentire il tuo parere sugli episodi di violenza vera verso compagni e addirittura prof che in questi mesi stanno riempiendo la cronaca: sono episodi isolati, come sempre opera di ragazzi con chiari problemi familiari alle spalle?

La violenza di questi gesti non si può combattere solo con la repressione e la punizione. La violenza di un individuo non va mai giustificata, però è altrettanto vero che il lavoro dell’educatore è anche quello di capire da dove arriva questa violenza. Bisogna sempre cercare di intervenire a monte. Quasi sempre la vita dei bulli è una vita triste, infelice, con vuoti di affetto e di educazione enormi. Per sradicare il problema non ci si può fermare alle manifestazioni di prepotenza e agli atti di bullismo, che, ovviamente, vanno puniti sempre.

C’è un rischio di ghettizzazione di certe famiglie – magari di immigrati – i cui figli si sentono esclusi dalla scuola e dalla società e reagiscono con violenza contro tutti e tutto un mondo che non li accetta?

Un extracomunitario è, generalmente, un individuo più fragile. Ha lasciato casa, affetti, probabilmente non ha soldi, ha strumenti culturali diversi da quelli che gli richiede il paese di accoglienza, vive magari in un contesto difficile. È, dunque, più a rischio di sviluppare atteggiamenti di insofferenza o di prevaricazione. Va ricordato che la diversità è in sé una ricchezza per tutti, ma se chi ci ha a che fare (scuole, comuni, spazi pubblici, ecc.) non ha gli strumenti per gestirla al meglio e per predisporre percorsi di accoglienza che responsabilizzino all’assunzione dei propri doveri e del rispetto altrui, be’, allora può diventare un problema.

Da prof, come ci si comporta in casi di bullismo o violenza? Ti ricordi il caso dell’istituto tecnico di Mirandola, in provincia di Modena, dove i ragazzi lanciavano penne e cestini della spazzatura contro l’insegnante in cattedra? Qualcuno ha detto che il fatto che la prof non abbia reagito subito è segno di impreparazione.

Si fa presto a giudicare un prof…. In Italia siamo tutti allenatori di calcio e insegnanti. Ma cosa c’è dietro alla resa di quella docente? Qual è il suo pregresso? Da quanto durano quelle umiliazioni? Il contesto attorno non ha nulla da recriminarsi? E ancora: quanto è difficile lavorare per anni senza sostegni, senza aggiornamenti, senza potersi confrontare? L’insegnante è troppo spesso lasciato solo dalle istituzioni e non è – e non potrebbe esserlo! – preparato per affrontare qualsiasi situazione. Certificare disagi e patologie è compito della sanità, che spesso è in contatti superficiali e discontinui con la scuola; i mediatori culturali esistono sulla carta, ma quasi per niente nella realtà. E potrei andare avanti. Queste sono le falle del sistema su cui la politica dovrebbe fare molto di più.

Il ministero dell’Istruzione ha lanciato l’anno scorso il Piano nazionale per l’educazione al rispetto. Un’operazione ampia, che coinvolge anche i nostri amici di Telefono Azzurro e vari altri soggetti. Per dirla in parole semplici il Piano punta a formare i ragazzi rendendoli coscienti del valore dell’articolo 3 della nostra Costituzione, quello che sancisce la pari dignità di tutti i cittadini “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione…” Considerando il clima di omofobia, di razzismo, di bullismo, di violenza sulle donne… insomma direi che ce n’è proprio bisogno. E il rispetto è la base di tutto. Ovviamente il Piano per essere attuato in tutte le scuole prevede dei soldi, la formazione dei docenti, prevede delle Linee guida che devono essere seguite in tutti gli istituti, anche in tema di lotta al bullismo e il cyberbullismo… Insomma, tante belle cose, ma vanno realizzate. Cosa dobbiamo aspettarsi e cosa devono fare i ragazzi?

Non so rispondere a questa domanda. Iniziative di questo genere sono sempre un’ottima cosa per tutti. Cosa cambierà? Io spero che si riesca a intervenire sulla forma mentis di tutti. Che si arrivi a comprendere che la fragilità è inseparabile da qualsiasi individuo. La fragilità è una prova splendida del nostro essere uomini.