Maru: “Sono e sono stata tutti i tipi di studente!”

di Irma Ciccarelli

Le Smemo Interviste
Maru: “Sono e sono stata tutti i tipi di studente!”

Maru regala al suo pubblico un nuovo album dal titolo Toi, anticipato dai singoli Quechua e Zitta, che arriva dopo qualche anno dal precedente progetto discografico Zero Glitter.

Cosa rappresenta Toi? La libertà di chi ha smesso di prendersi troppo sul serio e godersi quello che la vita ci presenta, senza il peso delle aspettative che soffocano la nostra vitalità.

La libertà si manifesta nei testi, nella loro interpretazione e nella musica, abbracciando l’ elettronica pop, la dance, i sintetizzatori distorti e violenti, ma senza rinunciare a dolci ballad con un accenno al rnb e lo-fi.

L’album è composto da 9 racconti, legati da un unico filo logico che è quello, appunto, del gioco e il titolo sintetizza perfettamente questo concetto con il termine Toi e non Toy.

“Penso di aver capito, dopo molto tempo, che l’unica relazione importante è quella con me stessa. È difficile riuscire a star bene con qualcuno se non si conoscono realmente i propri desideri e i propri limiti. Lasciarsi andare e lasciare andare sono due facce della stessa medaglia e l’ironia è un’arma potente per fare in modo che le cose scivolino un po’, senza trattenerle a forza”.

Ecco la tracklist di ToiFree Trial, Elastici, Coincidenze, Sonno Contro, Quechua, Vostok, CTRL+Z, Zitta, Sei di chi.

La nostra intervista a Maru!

Toi è il titolo del tuo nuovo album. In cosa è cambiato il tuo approccio alla musica e alla stesura dei testi?

Per me la scrittura deriva sempre da un’urgenza: quella di analizzarmi. Mi capita spesso di essere un po’ “schiava” dei miei sentimenti e scrivere mi serve a mettere ordine e dare un nome a ciò che ha davvero importanza. Da Zero Glitter a TOI ho imparato a censurarmi un po’, ma in senso buono. Sto imparando ad essere meno impetuosa, a calibrare l’importanza di alcune parole insieme ad un arrangiamento fresco ed una buona dose di ironia.

Si può considerare un concept album? Se sì, qual è il filo conduttore che unisce i brani?

Inizialmente non l’avrei mai detto: ho creduto per un bel po’ di tempo che i pezzi fossero un po’ frammentati e ho fatto molta fatica a trovare un filo conduttore. Il concetto del disco è arrivato in modo improvviso, quando mi sono accorta che alla fine girava tutto intorno al concetto di “gioco”.

I brani di questo disco sono nati da concetti musicali a cui dare parole o parole a cui dare una musica?

Parole a cui dare una musica, sempre. Non ci sono melodie nella mia testa, ma parole che hanno un ritmo e un suono proprio. Per il resto mi affido a Fabio Grande e Pietro Paroletti, i due produttori del disco. I loro arrangiamenti rendono davvero giustizia a tutto, a volte mi aiutano anche a interpretare meglio ciò che scrivo.

Perché la scelta di un album e non di un ep come fanno tanti tuoi coetanei?

Personalmente ho sempre vissuto l’ep come una cosa un po’ incompleta e ho sempre tentato di portare a termine ciò che ho iniziato. L’ep è una scelta, non è giusta o sbagliata, semplicemente dipende quanto si ha da dire.

Che rapporto hai con la versione fisica dei progetti musicali?

Dipende che cosa si intende per versione fisica. Se parli dei concerti, mi mancano da morire. Mi manca la fisicità del palco, l’adrenalina che scorre tra i musicisti con cui suono, la libertà di essere noi stessi di fronte al pubblico. Questo è reale ed è certamente un periodo in cui mi manca.

Nell’album si parla dell’accettazione della perdita: lo consideri un atto di libertà? Cosa significa, oggi, essere liberi?

Significa tutto e niente. C’è chi si sente più libero con un anello al dito o con un contratto a tempo indeterminato rispetto all’avere un’infinita quantità di scelte. “Troppo” è spesso un limite più grave rispetto allo sfruttare il poco che si ha. Come dice la Bishop in “One Art”(una delle mie poesie preferite), perdiamo qualcosa tutti i giorni e possiamo allenarci a non farlo diventare un disastro, abituandoci. A me aiuta molto l’ironia.

Cosa ha perso, secondo te, la tua generazione e cosa invece ha conquistato?

Ha perso la capacità di fare tanto con poco. Ha conquistato la libertà di fare ciò che ama: abbiamo capito che non sarà più solo una laurea a farci lavorare, quindi tanto vale fare ciò che ci piace. Potrebbe funzionare anche di più.

Di cosa, secondo te, si parla ancora poco? E, soprattutto, perché?

Di un mucchio di cose, occupiamo tempo e spazio per dare importanza a cose che non la meriterebbero. I temi che a me sono molto cari sono la discriminazione della comunità LGBTQIA+ e la disparità di genere. Non posso negare che si facciano passi avanti, sono grata a tutte quelle realtà che lottano quotidianamente per apportare dei cambiamenti reali, ma non basta. Noi musicisti possiamo veicolare il messaggio attraverso altri canali, indipendentemente da quanti ci ascoltano. “Zitta” è un brano del disco che tratta proprio la disparità di genere e la volontà di farsi avanti e di smettere di ignorare questo tema così importante.

Origini siciliane. Ti porti qualcosa della tradizione musicale? Hanno ancora valore le proprie radici?

Non tanto della tradizione musicale quanto dell’amore che la mia famiglia mi ha trasmesso per la musica. Sono cresciuta in una casa strapiena di vinili e di strumenti musicali: già da piccolina rubavo la Gibson di mio padre e la strimpellavo di nascosto.

Quali fasi musicali hai attraversato? Con che musica sei cresciuta e in cosa ti ha influenzata nel processo creativo?

Ho iniziato a capire i miei gusti musicali suonando la chitarra nelle prime cover band. Suonavo i Blink, i Green Day, Simple Plan e tutta quella scena che si potrebbe chiamare punk-rock o pop-punk. Poi, passando da un periodo emo piuttosto intenso, sono arrivata ad appassionarmi alla musica elettronica e al synth pop. Oggi mi ispiro a Lorde, Robyn, Christine and The Queens.

Che tipo di studenti eri?

Sono e sono stata tutti i tipi di studente. Quella che saltava scuola per andare a zonzo con lo Scarabeo, quella che “intelligente ma non si applica”, quella secchiona. Oggi, dopo diversi anni, sono di nuovo studentessa al Conservatorio di Bologna, ma non ho ancora capito quale di queste tante personalità riuscirà ad avere il sopravvento.

Hai qualche rimpianto, rimorso, per il modo in cui hai vissuto quel periodo?

Credo di aver fatto preoccupare i miei genitori in modo un po’ eccessivo, ma per il resto credo che ogni cosa sia stata utile per rendermi ciò che sono oggi.

Quale frase di una tua canzone ti piacerebbe ritrovare nel diario di Smemoranda?

Probabilmente “Scalare l’Himalaya in infradito”, presa da Ctrl+Z.

Hai un ricordo particolare legato al diario di Smemoranda?

Ricordo quanto mi sforzavo di tenerlo in ordine i primi giorni di scuola e quanto si gonfiava di parole verso la fine dell’anno (mai per la quantità di compiti). Ho ancora una Smemoranda in qualche cassetto, esplode di bei ricordi.