Massimo il nerissimo

di Luca Maria Palladino

Storie di Smemo
Massimo il nerissimo

È uno scrittore di noir al quadrato, di quelli che ti mettono alla prova. In America uno come lui non c’è. Neanch’io potrei leggere Carlotto tutto il tempo. Non ce la farei”. La frase in questione è attribuita a Josh Bazell.

Massimo Carlotto al Marcovaldo a Parigi, 21 novembre 2013A parte l’attendibilità o meno della fonte, leggendo queste righe provvidenziali di Josh Bazell, o chi per lui, a me è venuto in mente subito Giorgio Pellegrini, il protagonista probo all’oblio di Arrivederci amore, ciao.

Vi è una totale mancanza di sensibilità in Giorgio, una spietatezza ragionata e implacabile che a memoria mia penso di non aver mai incontrato tra le pagine di un libro. Giorgio Pellegrini ti mette alla prova così come l’inchiostro di Massimo Carlotto: limpidamente aspro, essenziale, fluido, spietato, implacabile, noir. Massimo Carlotto è uno scrittore nerissimo, sì; totalmente privo di sentimentalismo. È uno scrittore che impasta un realismo integrale, iper, pieno di masnadieri di ogni risma: una epifania dell’erba cattiva; egli non ha tempo di ammiccare il lettore con le frasette del tipo “nulla è per noi la morte”, non ha cioccolatini da distribuire ai Lucilium. Carlotto è troppo impegnato a raccontare la brutta sporca e cattiva realtà sociale che impazza nello sfondo del romanzo per avere sentimenti da diffondere. Non vi è filantropia né captatio benevolentiae né tanto meno vi sono filosofemi nella penna di Carlotto.

In effetti, una delle poche frasi che ho sottolineato leggendolo, io in cerca di cioccolatini, è questa qui: “Lui, invece, in chiesa ci era sempre andato poco e da qualche anno si era allontanato del tutto. Nella sua vita aveva trovato più conforto e comprensione tra le braccia di una brava puttana che in ginocchio davanti al confessionale”.

Se dovessi fare un paragone, la scrittura di Massimo Carlotto mi sembra paragonabile ad un politico che sacrifica la sua tranquilla vita privata per farsi carico della cosa di tutti o al prete che si fa servo della sua comunità, non è necessario solo un certo tipo di vocazione per sacrificarsi a tal punto. Difatti, penso che per avere il tipo di scrittura che possiede Massimo Carlotto, non ci vuole solo una vocazione ad avercela, ma ci devi avere un cuore grande così.

La scrittura generosa di Massimo Carlotto è un pugno allo stomaco delle nostre coscienze.

Ad ogni buon conto, ho appena finito di leggere Le Vendicatrici, l’ultima fatica di Massimo Carlotto e di Marco Videtta, coautore. Lo stesso di Nordest, per indenderci.

Le Vendicatrici è un progetto editoriale sperimentale che prevede l’uscita di quattro romanzi in sei mesi (l’ultimo romanzo è uscito a novembre, ed è edito da una casa editrice che si chiama Giulio Einaudi editore). È la storia di quattro donne che lottano, quattro donne che cercano di liberarsi dagli uomini sbagliati che si sono impadroniti delle loro vite. È la storia fantastica della “rivolta delle vittime”. La buona novella è che qui la vendetta non è fine a se stessa ma è il mezzo per costruire una vita futura, diversa, altra. Le Vendicatrici è un omaggio alla prescienza delle donne.

Insomma, ci sono volute quattro donne per assaggiare un po’ di sentimento nell’inchiostro di Carlotto (questo è il suo primo romanzo a lieto fine). Io per me lo preferisco nerissimo ma capisco che non si può dire di no a quattro donne così cazzute. Donne che, per dirla alla Camilleri, ci hanno i cabasisi.

A proposito di donne, come ho sentito dire da Carlotto in un’intervista, possiamo considerare Roma la quinta donna di questo romanzo noir, una donna soggiogata, ancor prima che dagli uomini, da se stessa, una donna avvezza all’inciucio, una donna che si bagna pervicacemente alle terme del potere che abusa, una donna che si è arresa definitivamente alla volgarità del trucco e che ha dimenticato la sua “commovente prescienza” per sempre.

Mi è fatto di pensare che se vediamo la narrazione dal punto di vista di questa quinta femmina, questa storia non ha un lieto fine: Roma è propedeutica all’oblio non al lieto fine.

Dopo questo euforico commento, io penso che questo libro s’ha da leggere, che Carlotto tutto s’ha da leggere; ebbene io penso che Carlotto è un grande scrittore: que viva Massimo Carlotto!