La Mongolia secondo gli Zamboni: disco, libro e film

di L'Alligatore

Le Smemo Interviste - News

 

(Immagine di Piergiorgio Casotti)

La macchia mongolica è il nuovo progetto di Massimo Zamboni. La macchia mongolica non è semplicemente un disco, ma è anche un libro e un film, e prima ancora un viaggio in Mongolia, anzi tre: il primo fatto da Massimo Zamboni nel 1996 con i CSI, prima di dare alle stampe il loro disco più noto, Tabula Rasa Elettrificata. Quel viaggio ispirò quell’album di culto, e fu d’impulso per concepire una figlia, Caterina Zamboni Russia, che nacque due anni dopo.
Sul corpo di Caterina comparve alla nascita la “macchia mongolica”, cioè una specie di voglia bluastra sul coccige, tipico di chi ha ascendenza mongola, che scompare poco dopo. Per questo, al compimento del diciottesimo anno di età, Massimo ritornò a fare quel viaggio in Mongolia con la figlia e la moglie, che c’era già nel 1996. Questo viaggio ha ispirato il progetto uscito quest’anno, cioè il libro con Baldini+Castoldi, il film – documentario diretto da Piergiorgio Casotti, è il disco La macchia mongolica di Massimo Zamboni. La parte finale di libro e film, è dedicata al terzo viaggio in Mongolia, quello fatto da Caterina in solitaria, che ci racconta direttamente le sue emozioni.
Si parte dagli Appennini e si arriva in Mongolia, riscoprendo un’affinità impensata. Un racconto intimo e personale, di questa famiglia di intellettuali rock sull’onda di grandi viaggiatori nel tempo, da Marco Polo a Tiziano Terzani nella terra di Gengis Khan.

Tra l’Emilia e la Mongolia

Smemoranda: Cosa è per voi La macchia mongolica?
Massimo Zamboni: Per me, che ignoro se ne sono stato portatore, è l’immagine – non drammatica, ma riunita – della lacerazione tra due terre che in diversa misura non mi lasciano libero: l’Emilia dei padri e della nascita, la Mongolia dell’immaginazione e del futuro.
Caterina Zamboni Russia: La macchia mongolica è l’emblema dell’appartenenza – geografica, mentale, ideale. Fare i conti con le proprie origini, scoprire la propria identità molte volte più complessa di come la si credeva, aprirsi alla necessità del permanere. Consegnarsi a un sentimento orizzontale che vive stabile tra due terre: l’Emilia e la Mongolia.

Come è nato e si e sviluppato il progetto che si è concretizzato poi in questo libro, che è anche un disco, che è anche un film?
M: Come ogni espressione che mi riguarda, prima c’è la vita, poi la sua rappresentazione. Nella pratica, a un secondo viaggio in Mongolia è conseguito un succedersi di pensieri e parole che si sono organizzate in forma di libro e in contemporanea di immagini per il documentario. Come in un grande circolo, il documentario ha richiesto musiche originali, che infine non si sono accontentate di restare subalterne e si sono organizzate in forma di album musicale, su cui possono appoggiarsi le parole del libro.
C: Riflettendo con Piergiorgio Casotti, regista di La macchia mongolica, abbiamo trovato una similitudine spontanea nel modo in cui il documentario stesso e il libro si strutturano: due parole tedesche sembrano modellare e animare entrambi, succedendosi l’una all’altra. Da una iniziale Sehnsucht – bramosia, spinta verso l’inconosciuto – a una ponderata Heimweh – un dolore per la casa, letteralmente; una nostalgia per le proprie origini, che domanda l’abituale.

Qualche episodio che è rimasto nella memoria durante la lavorazione a questo progetto?
M: Il continuo slittamento di pensieri tra un qua e un là, il confronto continuo con la parte scritta da Caterina, la sorpresa per la nascita delle sue parole, così complementari alle mie, il suo restituirmile mie bozze inondate da cancellature e segni rossi, come a dire: non distrarti.

I monaci della Mongolia

Cosa rappresenta la foto sulla copertina del libro?… fatta da Caterina, se non sbaglio. Perché è stata scelta questa foto?
M: Lasciamo la parola all’autrice, a me piace moltissimo il carattere quasi astratto, non da libro di viaggio, di quel tamburo, e delle ombre – o macchie – che porta su di sé.
C: La fotografia in copertina è stata scattata al monastero di Shankh durante il mio primo viaggio in Mongolia. Dentro al tempio, durante le preghiere, i monaci colpiscono il tamburo, tanto che di quei battiti si può ancora vedere l’alone. Quando già era stata scelta, un amico comune ci ha fatto notare che quella chiazza tondeggiante che il tamburo è, se vista distrattamente, può assomigliare a una macchia mongolica, per il modo in cui risalta sullo sfondo. La Mongolia, anche quando non ne siamo consapevoli, impone sempre la sua presenza.

Avete in progetto altri viaggi in Mongolia? … altri progetti letterari e/o artistici legati a essa?
M: Non al momento, certo questo progetto è una bottiglia lanciata con un messaggio dentro, se qualcuno in qualche steppa lo volesse raccogliere e rilanciare un richiamo… credo lo seguirei. Tra i progetti, stiamo lavorando a un tour musicale incentrato su musica, parole, film svolto all’interno di una tenda mongola – una gher – dove saremo tre musicisti assieme a un pubblico che per forza di dimensioni non potrà superare le 25 persone. Tre – quattro spettacoli al giorno, un’intimità forzata, una condivisione irripetibile.
C: Nel libro parlo dell’idea del rendersi abituali: mi piace pensare dipoter tornare al monastero di Shankh a rafforzare quella abitudine di permanenza che allora era nata e che in Mongolia sorge spontanea.

Altro da dichiarare?
M: Certo: mi dichiaro prigioniero politico di una idea di spazio e tempo che mi perseguita!