Miele e il rock alla siciliana

di Laura Giuntoli

Le Smemo Interviste
Miele e il rock alla siciliana

“Sono Miele, mi piace il Rock. Sono Miele e sono Siciliana. Sono Miele e faccio Rock alla Siciliana. Rock col pizzo e lo scialle”. Si presenta così Miele, al secolo Manuela Paruzzo, classe ’89. Ha solo 13 anni quando muove i primi passi nella musica, a 23 si trasferisce da Caltanissetta a Milano per frequentare il CPM: corsi di canto, piano complementare e song writing. I suoi idoli sono Janis Joplin, Nick Cave e Tom Waits, adora Lucio Dalla, Mia Martini e Ivano Fossati. L’avevamo conosciuta ad Area Sanremo, l’Accademia di Mauro Pagani che metteva due posti in palio per il palco dell’Ariston. E uno era suo: Miele vince Area Sanremo ed era in gara tra le nuove proposte alla 66a edizione del Festival di Sanremo con “Mentre ti parlo”, un pezzo che porta la sua firma e quella di un maestro come Andrea Rodini. L’abbiamo intervistata qualche mese dopo il grande debutto proprio a Sanremo, dopo la delusione di una vittoria annunciata per sbaglio a Miele e assegnata poi a Francesco Gabbani. 

 

Com’è il rock alla Siciliana?

Secondo il luogo comune il rock è trasgressivo e ribelle, ma dal mio punto di vista fare rock significa essere se stessi, non per forza conformi a quello che gli altri si aspettano da te. Insomma, fregarsene se vai contro tendenza. E il fatto che lo scialle sia l’antirock per eccellenza, lo rende ancora più rock.

Perché hai scelto questo nome d’arte?

Il miele è denso e il mio modo di cantare, il mio approccio alla musica è forte e denso. E poi, me ne sono accorta solo dopo averlo scelto, dentro ci sono le parole che compongono il nome di mio padre, Michele…

E infatti nella canzone che hai portato a Sanremo e che hai scritto tu, “Mentre ti parlo”, canti del rapporto complicato tra genitori e figli. Com’è nata?

“Mentre ti parlo” è una lettera di una figlia a suo padre, parla di emancipazione e della ricerca della propria personalità. Quando mi sono trasferita a Milano mi sono iscritta a un corso di scrittura, ma non riuscivo a trovare l’approccio giusto. La spinta emotiva è arrivata dopo una telefonata burrascosa con mio padre: sull’onda emotiva ho scritto tutto quello che non sono riuscita a dire a mio padre quella sera al telefono. In quel periodo oltre a capire chi ero artisticamente, ho dovuto fare una ricerca su chi sono come persona. Insomma, papà se mi lasci andare bene e se non mi lasci andare io vado lo stesso… Ed nata la mia prima canzone.

Una parola che unisca tra loro tutte le tracce del tuo disco.
“Occhi”, perché è il titolo del disco ed è presente in quasi tutti i brani. Ho voluto fare un omaggio al mio sguardo con cui ho da sempre un rapporto particolare, tanto che sono diventata una cantautrice quando ho avuto il coraggio di scrivere “troverai i miei occhi magari meno storti”. Questo mio segno distintivo è da sempre il mio punto debole, ma allo stesso tempo sono sempre stata innamorata dei miei occhi, e vorrei che diventassero il mio punto di forza.

Come nascono le tue canzoni?
Finora ho scritto quando ne ho avuto la necessità, improvvisando al piano.

La canzone che non smetteresti mai di ascoltare e perché.
“Balla Balla ballerino” di Lucio Dalla, perché parla del potere dell’arte. Il ballerino è l’unico che può fermare le ingiustizie in cui il mondo si perde.

Il tuo primo concerto da spettatrice.
Uno dei primi è stato il concerto di Giorgia, con le amiche a 14 anni.

La musica che non ascolti.
Il rap, anche se credo che veicoli messaggio intensi.

Il libro che vorresti non aver ancora letto per poterlo (ri)leggere per la prima volta.
Non ho mai riletto nessun libro, ma “Narciso e Boccadoro” di Hermann Hesse lo rileggerei volentieri.

Cosa fai prima di salire sul palco?
Non c’è un rito vero e proprio, cerco solo di non pensare mai a cosa devo fare, di essere spontanea.

Una cosa che non faresti mai nella vita.
Non canterei una canzone che non mi rappresenta.

Un tuo difetto.
Sono impertinente, ma non sempre è un difetto.

Il posto che ami di più.
La Toscana è tra luoghi che preferisco, ma ovunque ci sia il mare va bene.

La fatica più grande che hai affrontato nella vita.
Andare via di casa, e ogni tanto mi pesa ancora.

Cosa hai imparato ad Area Sanremo che non dimenticherai più.
Mauro Pagani e Ivano Fossati ci incitavano a non essere pigri e a non avere pregiudizi. Ho imparato a non dare mai per scontato che una cosa non sia bella perché va contro i miei gusti. Ho imparato ad essere curiosa.