Molto brutta. Ma molto brava

di Giovanna Donini

Storie di Smemo
Molto brutta. Ma molto brava

Io avevo 21 anni. Studiavo. E lavoravo durante l’estate, come barista. Andavo a fare la stagione in quei posti di vacanza dove, di solito, appunto, le persone fanno le vacanze. Lavoravo in un hotel di lusso in una bellissima località di montagna. Era l’hotel più importante di tutti, il più lussuoso di tutti. Di lusso per chi ci andava in vacanza. Di miseria per chi ci lavorava. Sopra dormivano i ricchi. Sotto cercavano di dormire i poveri. E i poveri erano: camerieri, baristi, donne delle pulizie, lavapiatti e topi infreddoliti. Se qualche ricco, in vacanza, avesse visto cosa c’era sotto, forse, qualche gita gli sarebbe andata di traverso. Forse. Anzi macchè.

In ogni caso, io, facevo il mio. Ero una ricca rispetto ai poveri.  Privilegiata perché lavoravo da sola nel bar di lusso dell’hotel di lusso e nessuno mi diceva cosa fare con le tazze grandi e piccole. Decidevo tutto io. Dovevo solo servire, puntuale, canarini e drink, fare sentire molto, molto, ricchi e fighi i clienti e, soprattutto, mettermi la minigonna. Violenza pura, per una ragazza come me. Avrei potuto avere le gambe di un calciatore, con tanto di menisco visibilmente operato, ma loro volevano a tutti i costi che io girassi ai tavoli in minigonna. Avrei potuto avere anche una gamba sola, ma loro volevano comunque che io zoppicassi in  minigonna. E così facevo, per fortuna, con due gambe, tutto il giorno.

Dopo un mese che mi trovavo là, ad agosto, per aiutarci a reggere il pienone, ci ha raggiunto una nuova cameriera.

Brutta. Molto brutta. Ma brava, molto brava. Lei aveva accettato di lavorare e di mettersi la minigonna solo ed esclusivamente per trentasei giorni e solo perché poi avrebbe completamente cambiato vita. Suora. Punto. Sarebbe diventata suora. A soli 23 anni. Suora. Quindi, anche se non è sempre una conseguenza, era cattolica. Molto cattolica. E intollerante. Molto intollerante. Infatti, la “cattocameriera” sosteneva che: “i gay sono contro natura e le lesbiche peggio”. E lo sosteneva dappertutto e in ogni momento. A tavola, con i clienti, sotto con i poveri e faceva due palle così perfino ai topi, omosessuali dichiarati, che rosicchiavano, abusivi, formaggio scartato. La cattocameriera aveva riempito la sua stanza di poster e santini raffiguranti madonne e santi piccolini (santini, appunto!). E ogni sera, finito il servizio, prima di andare a letto, pregava con la porta aperta, inginocchiata di fronte alla finestra, a voce molto, molto, alta, supplicando, in modo particolare, la mamma di Gesù di liberarla da “una barista peccatrice che non solo è perversa sessualmente, ma è perfino ribelle, protestante, valdese…quindi non ci versa nemmeno l’8permille”. Parlava di me. Ma non con me. Non mi guardava mai negli occhi. Non mi rivolgeva mai la parola se non quando era strettamente necessario: “Spostati, devo passare”, mi diceva la futura suorsticazzi-che-carattere. E proprio per tutte queste ragioni io ero assolutamente convinta che si fosse innamorata di me. “In amor vince chi fugge…” e questa ragazza scappava proprio…Così una notte, disturbata dalla sua preghiera che non mi lasciava dormire e svegliata da gocce di acqua, probabilmente santa, che mi arrivavano addosso in modo violento, decidevo, coraggiosa, di affrontarla. “Tutta questa cattiveria…parliamone, ti prego, probabilmente è solo colpa della minigonna…” dicevo, mentre lei, nel frattempo, si faceva centinaia di segni della croce su tutto il corpo. Poi, all’improvviso, ho cominciato a sentire caldissimo e freddissimo contemporaneamente e quando mi aspettavo solo che lei mi dicesse: “Esci da questo corpo…” lei, invece, mi ha preso la faccia e mi ha detto “Entra in questo corpo..”. Forse aveva sbagliato verbo, forse era una nuova formula inventata da lei per liberarmi dal male, in ogni caso era meglio non saperlo. La nostra storia è durata trenta giorni esatti.  Solo di notte e di nascosto. Sapendo  che prima di entrare in quella stanza dovevo sempre chiedere scusa alla mamma di Gesù e salutare uno ad uno tutti i santini. Brutta. Molto brutta. Ma brava, molto brava. Lei pregava e chiedeva scusa. Io pregavo e chiedevo che non diventasse mai suorsticazzi-che-carattere. Ognuna pregava rivolta al suo Dio, più o meno, in ascolto.

Una mattina mi sono svegliata e lei non c’era più. Le pareti erano vuote. La stanza era vuota. La mia faccia era vuota.

Credo che il suo Dio ed il Mio, che poi, forse, coincidono, si fossero consultati e avessero deciso di non decidere per noi.

Così la cattocameriera è diventata suorsticazzi-che-carattere e io ho l’armadio vuoto, perché raccontandovi questa storia adesso, posso finalmente buttare lo scheletro.