Molto forte, incredibilmente vicino

di Michele R. Serra

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Molto forte, incredibilmente vicino

Vero che Oskar non è un bambino come tutti gli altri. È ossessivo, ama l’ordine: l’idea che un pezzo così importante del puzzle sia sfuggito al suo controllo lo fa impazzire. Così, quando trova un indizio che potrebbe forse dare un senso a quella storia, a quella infinita tristezza, lo segue con incredibile decisione e perseveranza.

Molto forte, incredibilmente vicino è la storia di un bambino che cerca in ogni modo di trovare un ordine in un mondo fatto di caos e dolore. Una storia raccontata nel 2005 dal grande scrittore americano Jonathan Safran Foer, che ai tempi non aveva ancora trent’anni ma era già al secondo romanzo dopo il successo dell’esordio Ogni cosa è illuminata, anche quello diventato un film. Bè, anche Molto forte, incredibilmente vicino toccò il cuore d’America a tre anni di distanza dagli attacchi alle Twin Towers, almeno a giudicare dalle vendite stratosferiche negli Stati Uniti. Ora, la domanda è: anche il film riesce nell’impresa?

Il regista di questo adattamento cinematografico è – stranamente – un inglese, non un americano: Stephen Daldry, quello di Billy Elliott e di The Reader. Quindi, per intenderci, uno che ha già avuto a che fare con protagonisti ragazzini e con storie molto drammatiche: qui mette insieme i due elementi. Il risultato tecnicamente non è male, però dopo due ore di film – soprattutto se hai letto il libro – ti torna in mente quello che credevi solo un luogo comune: certe storie funzionano sulla carta, ma non sullo schermo. Perché quel bambino strano, che parla in modo strano e che fa cose strane, come lo raccontava Safran Foer nel romanzo ti pareva tuo fratello; visto sullo schermo invece sembra solo uno che – tempo i primi dieci minuti – vorresti zittire a suon di pugni.

Molto forte, incredibilmente vicino è un film difficile. Difficile da fare, perché è complicato adattare un romanzo di grande successo fondato su un evento così importante in tutti i sensi. Ma anche difficile da sopportare per chi guarda: c’è una linea sottile fra ciò che provoca commozione e ciò che provoca orticaria. Daldry purtroppo la supera molte volte.