Molto sangue, poco cervello

di Redazione Smemoranda

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Molto sangue, poco cervello

Così ad occhio e croce, Eli Roth è probabilmente uno dei registi più sopravvalutati della cinematografia contemporanea, di genere e non solo. I film che lo hanno reso – in qualche modo – famoso, Cabin Fever e Hostel, sono perfetti esempi di horror concepito unicamente per e attraverso il marketing: locandine shock, slogan allarmanti, trailer all’insegna del raccapriccio e, su tutto, la sponsorizzazione di Quentin Tarantino, che lo definisce il suo legittimo erede. Poi ci si siede in sala, e del concetto di “Cinema” nemmeno l’ombra: intrecci inesistenti, personaggi monodimensionali, inquadrature da videoclip e «Molto rumore per nulla» spruzzato di sangue e frattaglie sono tutto ciò che il suo (presunto e presuntuoso) talento cinefilo riesce a produrre, lasciando sistematicamente l’amaro in bocca a chi, ingenuamente, ancora si fida dei promo e della pubblicità.

Non a caso, dopo il bluff del primo capitolo di Hostel – in cui non succede praticamente nulla di quello che viene promesso e il meglio che può capitare all’incauto spettatore è dormire per un’ora e mezza -, sono stati in molti a disertare l’appuntamento con il sequel, che ha incassato meno della metà del precedente e ha ripagato a malapena le spese di produzione.

Eppure (o proprio per questo), a distanza di alcuni mesi, Hostel Part II è già diventato il film più scaricato di tutti i tempi. Milioni di persone se lo sono scambiato attraverso le più comuni e conosciute reti di peer2peer e, com’era già successo in altre circostanze – Donnie Darko su tutte -, un flop al botteghino ha trovato su Internet la strada per conoscere una seconda vita e rilanciare la propria immagine e la propria identità.
La cosa, di per sé, dovrebbe fare oltremodo felice il diretto responsabile, che può vantare un record attualmente tra i più ambiti e tra i più difficili da siglare, vista la sterminata concorrenza.
E invece no: Eli Roth è andato completamente fuori dai gangheri. Dichiarando, stando a quando riportato da MTV,

«Sono furioso e questo è quanto. E’ una questione semplice: si tratta di soldi veri. La gente mi dice che non dovrei incavolarmi se c’è chi scarica dalla Rete, ma allora quando è consentito arrabbiarsi? Se non prendi una posizione chiara adesso, quando potrai farlo? Stando alle statistiche, le persone che scaricano film hanno dai 17 ai 19 anni. Si tratta esattamente del mio pubblico. Se queste persone sono arrabbiate con me, allora io mi arrabbio con loro. E io non voglio questo tipo di fan»

Secondo Metro, al regista di Boston sarebbero saltati i nervi soprattutto perché la pellicola è diventata un cult perfino nei paesi in cui al cinema non è mai uscita.
E allora? Non ci sarebbe da essere doppiamente contenti all’idea di poter raggiungere chi, per ragioni squisitamente commerciali, è stato tagliato fuori dalla distribuzione ufficiale? Sapere di essere conosciuti (e, magari, anche apprezzati) da centinaia di migliaia di ragazzi che, sulla carta, non avrebbero altri strumenti per avvicinarsi ad un’opera all’infuori della Rete non dovrebbe essere forse una gratificazione di cui andare orgogliosi?
Non per Eli Roth, evidentemente. Che si aggiunge così alla già nutrita lista di coloro che difendono e rivendicano ad ogni occasione utile il proprio spirito rivoluzionario e poi finiscono per demonizzare Internet nel più grossolano e individualista dei modi, lamentando chissà quali buchi nel conto in banca provocati dalla “pirateria” e dal download gratuito e “illegale”.
Rimangono però scoperti, nel rabbioso attacco di Roth, alcuni tra i consueti punti nevralgici della questione, vale a dire:
1. come può definirsi “illegale” il download di qualcosa che nel proprio paese non è reperibile sul mercato attraverso i canali legali?
2. se chi scarica un film non sarebbe comunque mai andato a vederlo in sala, perché ci si ostina a formulare l’equazione “numero dei download = numero di potenziali spettatori persi”? Non sarebbe più opportuno trasformarla in “numero dei download = numero degli effettivi spettatori guadagnati”?
3. perché ritenere un affronto alla propria dignità (oltre che al proprio portafoglio) il fatto che ad essere scaricato sia non un film originale ma un sequel? Non è, piuttosto, un affronto alla dignità del pubblico dargli in pasto una minestra riscaldata con intenti solo ed esclusivamente speculativi?

Sarebbe davvero interessante sapere quali risposte darebbe Eli Roth a queste tre semplici domande.
Per una volta, senza usare effetti speciali né farsi “accompagnare” da zio Quentin…