Mommy

di Alessia Gemma

Recensioni
Mommy

Quello che bisogna sapere di questo film per poterne parlare è che:

– il regista ha 25 anni e non è neanche la sua opera prima;

– che il film è girato in quello che potremmo semplificare come formato Instagram 1:1. Pare che le immagini più piccole donino intensità all’intensità (… poi, nella realtà, all’inizio, in sala, le immagini su un quadrato donano intensità al fastidio). Quando le emozioni si distendono e sembrano sciogliersi le tensioni, ecco poi che il formato si allarga. “Per me è il formato perfetto, così lo spettatore non ha distrazioni a destra o a sinistra e si concentra sui personaggi” dice il regista;

– che a un certo punto il film ti prende a calci nello stomaco. Per questo io non so se mi sia veramente piaciuto. Non l’ho capito se mi è piaciuto perché ho pianto, tantissimo. Anzi, a un certo punto, per alleggerire la situazione, mi sono lasciata andare a una liberatoria singhiozzata. Comunque, se un film mi fa piangere, già gode della mia stima.

“Ale, mi sembra che la storia sia un bel po’ pesante.” mi diceva Nicola mentre andavamo al cinema. “Mah… sì… bah, in effetti parla di una famiglia senza padre, la madre che deve da sola sbarcare il lunario, il figlio iperattivo con deficit di attenzione, di una legge vera che permetteva di far rinchiudere i figli problematici, di un Canada più triste della periferia di Las Vegas, di un’amica sociopatica… ma non credo che il film affronti tutto questo con pesantezza…” rispondevo io, che non avevo capito niente.

Ero convinta fosse la storia di una madre e un figlio. È soprattutto la storia di una donna, anzi due, perché arriva la vicina a fare compagnia (e aggiungere solitudine) a questa famiglia strampalata.

Avevo capito fosse la storia di un abbandono. È soprattutto la storia di resistenza alla vita, che quando ci si mette è veramente una merda, soprattutto se sei già nella merda.

Avevo capito fosse la storia di un fallimento. È soprattutto una storia di resilienza, della tristezza cioè che nasconde la necessità (e forse il dovere) del tirare a campare. “Siamo in un mondo senza speranza, ma pieno di persone che sperano… Tu sei più da crostata o da torta?…”

“Non basta l’amore, qua l’amore non c’entra niente. Purtroppo”. Dirà più o meno all’inizio del film l’assistente sociale brutta e cattiva alla mamma. Alla fine del film ti ricordi che quella frase era una premonizione.

Nel film ho visto lo sguardo giovane del regista 25enne nella ribellione che caratterizza questi personaggi: 2, anzi 3 se ricordiamo l’amica, disperati, in uno scenario disperato, eppure a un certo punto sembrano i migliori.
Il loro disagio, mentre ballano soli nel tinello, sembra addirittura bello, anticonformista, come solo un ragazzo può riuscire a vedere qualcosa che per gli adulti è solo tristezza.

Un film adulto per le riprese, la fotografia, la recitazione. Un film di un ragazzino per come riesce a trasmettere il terrore per il fallimento e l’abbandono: li rende inspiegabili e tristissimi, come solo un ragazzino può percepirli. Un film di un uomo per l’indulgenza e comprensione che riesce ad avere per la madre…

Madre e figlio, due personaggi sguaiati, sopra le righe, socialmente potremmo definirli due poveracci, duri e dolcissimi, a tratti uomini perfetti, come solo la disperazione sa rendere perfette le persone.

Steve Després, il figlio, nel film ascolta Céline Dion e i Counting Crows, gli Oasis, Dido, Eiffel 65… La musica che ascoltava Xavier Dolan, il regista, negli anni ’90. Torna su tutto il senso di solitudine adolescenziale, che accomuna ogni angolo di mondo, dal Canada a Frosinone. È a questo punto che ho cominciato a piangere.

Senza poi aggiungere troppe parole, per me il senso pieno e bellissimo di questo film sta nell’esatto opposto di questa critica de Il Giornale: “Sfibrante dramma canadese, una storia d’ordinario squallore con triplice crisi esistenziale. […]”!

La grandezza di quel tinello e di quei 3 disadattati che ballano ce la può mettere solo chi guarda. O un ragazzo.