Tutti possono fare rap, ma non è obbligatorio!

di Pablo Franchi

News
Tutti possono fare rap, ma non è obbligatorio!

Ricordo di aver visto anni fa una maglietta del merchandise del rapper Egreen, artista varesino, tra i nomi più noti della scena underground italiana di stampo old school.

La maglietta in questione è una semplice tee nera con una frase piuttosto provocatoria stampata sopra; si potrebbe dire che ricalca molto lo stile delle storiche magliette “Io odio Fabri Fibra”, realizzate proprio da quest’ultimo nel lontano 2007.

“Fare rap non è obbligatorio” è la scritta a caratteri cubitali che troviamo sulla t-shirt e, ancora oggi, questa sentenza dai toni perentori è ben impressa in mente.

Sicuramente il mio obiettivo non è quello di sostenere che queste parole siano quasi come una legge, oppure una sorta di comandamento inciso nella tavola delle regole della musica Rap/Trap, piuttosto ritengo ragionevole meditare su questa provocazione e verificare le fondamenta di tale affermazione.

Sia chiaro che la musica appartiene a tutti e chiunque si deve sentire libero di poter realizzare ciò che intende, ma d’altro canto è giusto constatare che, così come il nostro vicino di casa che s’improvvisa atleta per puntare a partecipare all’IronMan Hawaii, non è detto che qualunque persona provi ad approcciarsi all’incisione di un brano trap possa ottenere buoni risultati.

Al contrario del nostro vicino di casa runner, che a meno che non sia prettamente portato per il triathlon difficilmente potrà competere ad Honolulu, è tangibile come molti artisti amatoriali (e non) riescano a ricavare un buon esito commerciale a prescindere dalla qualità della propria musica e dal lavoro impiegato in essa.

Questo discorso potrebbe sembrare a dir poco irriguardoso nei confronti di chiunque voglia intraprendere un percorso musicale senza partire da basi solide che permettano di raggiungere sin dai primi lavori un’ottima qualità ed un buon livello artistico: ciò che vorrei intendere è il fatto che non servono statistiche e percentuali per comprendere la realtà del mercato musicale della trap e di tutto il substrato composto da artisti indipendenti, emergenti o da semplici “amatori” del cosiddetto gioco del rap.

Sono ben pochi coloro che riescono effettivamente ad arrivare a determinati traguardi e a lasciare la propria impronta nella storia di questo genere, nonostante si debba tenere in considerazione che anche il primo Capo Plaza/PNL/Lil Baby-wannabe dalla provincia dell’Italia settentrionale possa raggiungere un buon numero di streaming (detto senza alcun tipo di rigetto nei confronti di questa categoria, ndr).

Non è nemmeno obbligatorio desiderare di compiere l’impresa di sopraggiungere ai piani alti dell’industria, perché per molti artisti amatoriali l’unica condizione di esistenza della propria musica è la passione: quest’ultima esorta tante persone a mettersi in gioco con il puro fine di divertirsi e coltivare con dedizione l’amore per una cultura e per quest’arte nobile volgarmente chiamata musica.

La chiave del problema posto in questo articolo è il fatto che la musica Rap/Trap sia, per riportare le parole sopracitate, una cultura vera e propria ed in quanto tale la realizzazione di contenuti legata ad essa non può avere il mero scopo materialista del guadagno economico.

È ben noto il fenomeno dei tanti adolescenti che si avvicinano alla produzione musicale col solo intento di poter seguire il percorso dei propri idoli e di giungere ad uno stato di benessere economico basato sull’ostentazione di ciò che è più costoso ed appariscente, per non citare il flusso costante di influencer/youtuber che ciclicamente si dilettano a pubblicare brani dal dubbio spessore artistico.

Del resto, loro sono creatori di contenuti di altro tipo e non intendo biasimarli per la componente musicale quanto più per ridurre tutto ad una maniera diversa di promuovere la propria immagine, sfociando nel Kitsch più totale.

Tornando al discorso principale, questa dinamica dell’amore incondizionato dell’uomo per ciò che è materiale ce la portiamo dietro da parecchie generazioni, ma quando essa va ad intaccare l’arte, l’esito può essere spesso sconcertante e totalmente privo della ricchezza più importante, quella artistica.

musica rap
Foto da Unsplash

Bisogna far chiarezza su un altro punto fondamentale: la musica, in fattispecie la trap, non deve contenere per forza un messaggio edificante o una ricercatezza esagerata dei suoni e dei testi, poiché l’arte si è sempre posta come una forma d’intrattenimento e, come giusto che sia, anche una canzone dalle sonorità più minimaliste e povera di liriche particolarmente creative ed originali può porsi come un prodotto di distinta qualità che riesce a suscitare determinate emozioni o semplicemente ad intrattenere e divertire gli ascoltatori.

Nell’era in cui qualsiasi tipo di contenuto è facilmente reperibile online, soffriamo di una grande aridità in un terreno teoricamente fertile come quello delle idee; in quest’epoca ogni ambito lavorativo è alla costante ricerca delle novità, dell’innovazione o addirittura della rivoluzione, ma ognuno di questi processi passa attraverso le idee pure.

Esse sono l’elemento portante di ogni opera, sono ciò che dà valore a quello che si crea e nelle spietate dinamiche della musica odierna sono il materiale più prezioso, ma più speditamente rubabile. E come se non bastasse, molte idee non vengono coltivate a dovere dall’industria della musica e dell’entertainment, che sono gli unici enti in grado di permettere che il fantomatico terreno sul quale le idee crescono e si sviluppano possa restare florido e prosperoso.

Ultimamente sembra di assistere ad un appiattimento della qualità nella musica trap italiana, di conseguenza sono fortemente convinto che questa tendenza presto potrebbe apparire invertita, ma per un breve lasso di tempo, nel quale verranno fuori nuovi stili importati dagli USA o da altri mercati europei con un’influenza maggiore, come quello della trap francese.

Ma resterà sempre la necessità di creare una vera e propria identità nazionale per questo genere, sicuramente per quanto riguarda le nuove leve c’è bisogno di una ventata di aria fresca, di qualcosa che non si fermi solo alle mode passeggere e che possa rappresentare un punto di partenza per una nuova era, figlia di questa prima generazione trap italiana.

L’ispirazione presa dalle scene musicali estere dovrà sempre esistere ed è fondamentale nella creazione di nuove forme d’espressione, ma in Italia si deve riuscire a farla coincidere in maniera più efficace con ciò che, come si suol dire, è farina del proprio sacco.

Purtroppo bisogna ammettere che, finchè una buona porzione dei giovani (t)rapper continuerà ad avere come massima ambizione quella di circondarsi di brillocchi, auto sportive e vestiti firmati anziché avere quella di cercare di lasciare un’eredità, lavorando per un movimento tanto grande quanto la musica ed entusiasmandosi nella sua composizione, con grandi difficoltà potremmo osservare nel breve termine un progresso qualitativo a livello generale.

Una buona parte degli artisti emergenti (e anche di quelli più affermati) vede tanti rapper americani come un esempio di virtù solo per quanto concerne l’aspetto estetico e materiale, senza pensare che per molti di essi il contesto sociale è completamente diverso se non peggiore: difficilmente un ragazzo di classe media (se non addirittura benestante, come spesso si può constatare fra i giovani artisti) di una delle grandi città italiane proverà la stessa fame e la voglia di affermarsi di un giovane afro-americano dei distretti più malfamati di Atlanta.

Sarebbe saggio far comprendere che tutto il mondo sarà pur sempre paese, ma le differenze sociali sono evidenti ed ogni contesto sociale ha una storia a sé, così che la differenza fra l’O Block di Chicago e un normale paesino di provincia del Nord Italia possa essere rimarcata.

In conclusione, non esiste alcuna tavola dei 10 comandamenti per la trap o per qualsiasi altro genere musicale, ma gli aspetti essenziali da curare per continuare a far prosperare questo movimento sono questioni puramente culturali che stanno sul piano della mentalità.

Far musica significa creare e non riprendere in modo identico il lavoro e l’immagine di altri, la trap può essere il mezzo con il quale molti artisti riescono ad elevarsi a livello sociale, trovando la via d’uscita tramite questa musica che però non deve essere vissuta come un misero strumento per monetizzare e permettersi un lifestyle lussurioso.

Fare Rap, così come tante altre cose nelle nostre vite, non è assolutamente obbligatorio. Prendere coscienza di ciò che si fa ed averne la conoscenza penso che sia indispensabile, qualsiasi percorso si voglia intraprendere.

Tutti possono fare rap, ma paradossalmente è il rap stesso a non essere possibile per tutti.