No Tav, un’inchiesta a fumetti

di L'Alligatore

Le Smemo Interviste - News
No Tav, un’inchiesta a fumetti

Dossier TAV – Una questione democratica ha avuto una nuova edizione: uscito a fine 2019 con puntuale introduzione di Zerocalcare, che nel libro del 2012 non c’era, è un fulgido esempio di giornalismo investigativo a fumetti, citizen journalism o graphic journalism, se vi piace la definizione, che in Italia stenta a decollare. Stupendi disegni in bianco e nero a tutta pagina, primi piani e molte parole per dire dei pro e dei contro TAV. Calia è contro, e non lo nasconde, ma democraticamente racconta il tutto dando spazio a dati, cifre, persone.

Un formato più grande del precedente, una nuova copertina, ma spirito d’intenti mantenuto uguale: raccontare cosa è il TAV, l’alta velocità tra Torino e Lione, raccontare le proteste e i pestaggi, i discorsi a favore di politici e di certa stampa, ma soprattutto raccontare il Movimento NO TAV. Calia, da spettatore davanti alla TV o al PC, assiste con il figlio piccolo in braccio, quasi in diretta, all’evolversi della situazione. O, almeno questa è l’impressione. Magia di un mezzo splendido come il fumetto usato al meglio. Del libro e di tutto il resto ne ho parlato direttamente con lui.

Smemoranda: Come è ri-nato Dossier Tav? Perché ora una nuova edizione?

Claudio Calia: Per uno dei motivi più semplici e più belli per un autore e un editore: la prima edizione del 2012 è andata esaurita. Di fronte alla necessità di una ristampa, insieme all’editore abbiamo deciso di proporre una nuova edizione, con un nuovo formato, una nuova copertina, una nuova prefazione, un po’ di correzioni e soprattutto un po’ di pagine in più, pensando al fatto che il lettore del 2019 abbia lo stesso diritto di quello del 2012 di acquistare un libro e uscirne dalla lettura più informato di prima e aggiornato rispetto a quanto successo negli anni che sono trascorsi da una edizione all’altra.

Forse è meglio andare per ordine: perché era nata la prima edizione? 

L’idea del primo Dossier TAV a me è nata nei fatidici giorni, che racconto nel libro, in cui Luca Abbà cade dal traliccio e Marco dà della “pecorella” a un carabiniere. In quei giorni tutti in Italia si improvvisavano ingegneri ferroviari e esperti elettrotecnici, la grande macchina da guerra della stampa mainstream era interamente schierata a favore dell’opera descrivendo il movimento No TAV come un’orda di zombie con la bava alla bocca in grado di compiere le più atroci nefandezze. Potevamo conoscere ogni singolo dettaglio di quanto accadesse in Val Susa, dalla singola manganellata al graffio sulla rete di protezione del cantiere, senza che nessuno si impegnasse a ricostruire il contesto da cui tutto ciò era scaturito. Sentivo, e insieme a me il mio editore, che ci fosse bisogno di fermare un ipotetico punto nella mappa della nostra memoria, e i libri sono utilissimi in questo, per prendere fiato rispetto alla rapidissima cronaca quotidiana e permettersi il tempo di guardare indietro, riflettere sul come si fosse arrivati a quel punto.

Come ti sei documentato per scrivere questo libro? … e per la nuova edizione?

Quando uscì la prima edizione c’era un gran parlare di citizen journalism, la possibilità per cittadini consapevoli di ricostruire i fatti della cronaca attraverso la ricerca delle fonti. Sono solo sette anni fa, ma pensiamo a quanto è già cambiato questo concetto con il proliferare delle fake news. Quello che ho fatto per la prima stesura è stato studiare, tanto, da tanta letteratura disponibile, e sondare qualunque materiale disponibile, da siti internet a trasmissioni televisive, per separare il grano dal loglio, e sintetizzare e selezionare le notizie davvero utili a ricostruire i più di vent’anni di storia dell’opera. In un certo senso, il libro è (ma non solo) una selezione multimediale, resa in forma di fumetto, ragionata di tutte le informazioni disponibili per permettere a chi non ne sa nulla di formarsi un’opinione sulla vicenda. Per gli interventi della nuova edizione è stato sufficiente andare a vedere cosa fosse cambiato e aggiornare le parti relative alla cronaca, dalle ultime manifestazioni, al movimento delle madamine Sì TAV, fino alle opinioni dei vari governi che si sono succeduti in così poco tempo.

Perché è “una questione democratica” e non di viabilità?

Perché io non sono un ingegnere ferroviario, non mi sognerei di andare a sindacare su una materia per cui c’è un sacco di gente più competente di me. Ma la questione Val Susa secondo me sta proprio qui: quanto è legittimo opporsi alla volontà popolare di un territorio in nome di una presupposta volontà Statale? Sentiamo sempre dire che viviamo in un paese in cui c’è il diritto al dissenso, tutelato dalla Costituzione. Bene, quando il dissenso viene espresso con tale pervicacia, costanza, resistenza… come si fa? Per me in Val Susa la Politica ha rinunciato a fare il suo mestiere, lasciando il campo all’azione delle forze dell’ordine per stroncare il dissenso popolare. Ovvio che chiunque fa il suo lavoro, e quello delle forze dell’ordine non è certo fare politica, ma se viene a mancare proprio la politica, la volontà di mediare, discutere, trattare… ci troviamo di fronte a una partita a Risiko, in cui ragioni e torti perdono senso e possiamo solo tifare. Quando parliamo di TAV non parliamo di un treno e quattro binari: parliamo di Democrazia, dei risvolti pratici che deve avere la Democrazia per non restare solo un concetto astratto.

Progetti futuri?

Dopo avere realizzato “Kurdistan. Dispacci dal fronte iracheno” il mio rapporto con l’Iraq continua, tanto che assieme a una fondazione irachena e un manipolo di docenti dell’Accademia di Belle Arti di Suleimania stiamo organizzando per il 2020 un festival internazionale di fumetto da tenere là. Credo che questo lavoro avrà una sua ripercussione a fumetti, ma è ancora troppo presto per parlarne.