Operazione Zero Dark Thirty La Recensione

di Michele R. Serra

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Operazione Zero Dark Thirty – La Recensione

Una giovane agente della Cia viene spedita in Medio Oriente, lì dove l’intelligence americana sta lavorando fianco a fianco con l’esercito per cercare i terroristi, per smontare la rete responsabile degli attentati dell ’11 settembre. Maya è la faccia nuova, una ragazza in un mondo maschile, subito immersa in una realtà oscura fatta di prigioni segrete, detenzioni illegali, tortura.

L’inizio di Operazione Zero Dark Thirty: Maya viene spedita sul campo, il primo che incontra è proprio l’agente responsabile degli interrogatori, che ha il compito di “piegare” i sospetti terroristi. Si capisce dunque perché i primi venti minuti del film siano occupati da una sequenza di interrogatorio, mega-cruda. La violenza è sempre presente, e l’effetto che ti fa è tanto peggiore perché sai che è tutta roba vera. O almeno così ci ha scritto sullo schermo prima dell’inizio del film la regista, Kathryn Bigelow.

Lei è un tipo particolare, si è fatta le ossa girando thriller mooolto tesi. Poi qualche anno fa si è interessata ai film di guerra, e ha iniziato a raccontare la modern warfare americana in giro per il mondo. Prima l’Iraq in The Hurt Locker (che le ha fruttato un Oscar), ora l’Afghanistan e il Pakistan (altro pezzo della stessa guerra contro il terrore) in questo Operazione Zero Dark Thirty.

Zero Dark Thirty è pluricandidato agli Oscar, e ovviamente in terra americana ha fatto un certo scalpore. Si è discusso un bel po’ sul significato del film. Questioni spinose: è forse vero, che Kathryn Bigelow rappresenta la tortura come un male necessario per arrivare alla cattura di Bin Laden? Forse vero che il film sostiene che in guerra il fine giustifica i mezzi, anche quelli più abietti?

Risposta: non mi pare. Sembra piuttosto che il film faccia di tutto per non sostenere alcun punto di vista. Presenta i fatti in modo piuttosto neutro, presenta uomini che sono parte di un ingranaggio, e che spesso appaiono totalmente disumanizzati. E rimane ambiguo, aperto a molte intepretazioni. Poi decidete voi se questo atteggiamento è quello giusto, oppure se riflette semplicemente una mancanza di coraggio, l’incapacità di prendere una posizione per paura di scontentare qualcuno. Anche qui, la discussione è aperta.

Il metodo giornalistico usato per mettere insieme Operazione Zero Dark Thirty può funzionare fino a un certo punto, perché le informazioni disponibili – per quanto si indaghi – rimangono limitate. E poi, in ogni caso mettere insieme costruzione drammatica e pretesa di “verità” è piuttosto difficile. Ma detto questo il film funziona nel suo stile realista, e nonostante alcune sequenze farraginose, nonostante alcune cadute di stile, rimangono negli occhi gli ultimi trenta minuti, l’assalto al fortino di Bin Laden.

Un finale che conosciamo già, giusto?

Eppure la tensione non scende. Come nei migliori thriller.