Ormai sei grande!

di Viviana Correddu

Storie di Smemo
Ormai sei grande!

Viviana Correddu“Non sei mica più un bambino piccolo! Ormai sei grande!” Quante volte ve lo avranno detto dai due anni in sù! Perché è dai due anni che si diventa grandi, mica dai venti, trenta o cinquanta. È la frase della vita, quella che ti senti ripetere all’infinito, quando invece dovresti goderti la spensieratezza, la minestra cosparsa ovunque, il disordine, le scritte e i disegni astratti sui muri, i capricci a prescindere; e poi più avanti, gli errori dettati dall’immaturità, il cazzeggio, l’ingenuità, e quelle cazzate naturali che “da grande” dovresti ricordare con qualche risata. Poi, basta. Generalmente diventi “grande davvero”, e in un lampo ti ritrovi nel “mondo degli adulti”.

 

E gli adulti, li osservi come fossero alieni tristi e senza spirito vitale; annientati da lavoro, professionalità, compostezza, razionalità. Affaticati, disillusi, strategici, molto più “furbi” e scaltri di te. Estremamente concreti e istituzionali. Statici anche se spesso vincenti, in un mondo che li vuole così. All’improvviso sei grande davvero, e nessuno ti dirà più che lo sei diventato; il tuo comportamento diventerà spesso fuori luogo, ed è probabile che inizierà a crearti qualche problemino non risolvibile con l’uso della calcolatrice.

 

Diciamoci la verità: “il mondo degli adulti” è piuttosto un casino, complicato nonostante la sua estrema banalità. E poi per la maggior parte dei casi, ingloba, avviluppa, e trasforma a propria immagine e somiglianza, perché è così che deve andare; sei lì che ti guardi intorno, e senza nemmeno rendertene conto, sei un “adulto” anche tu. Come gli altri. Per molti è un processo naturale. Quindi tranquilli. Non per tutti è così. Ci sono quelli che sono già grandi da piccoli, e non subiranno grandi traumi durante il passaggio all’età adulta. Dai, quei bambini che sembrano già “vecchi”! Quelli già maturi a sei anni, composti; quelli che dopo trent’anni hanno la stessa identica faccia. Non è una presa in giro, davvero! Ci sono persone che non ce l’hanno la sindrome di Peter Pan, anzi. E nonostante le difficoltà inevitabili per tutti, l’essere “grandi” non li spaventa affatto.

 

Forse, qualcuno non ci ha mai neppure pensato. Io invece ci penso da quando avevo due anni. Giuro, una condanna! Ci penso ancora adesso che ne ho trentacinque (perché io nella “mischia”, mi ci sono buttata un po’ tardino). E ci penso quando io stessa dico a mia figlia di tre anni e mezzo, la stessa frase con cui ho iniziato questo articolo, il luogo comune più diffuso sulla faccia della terra. Quando perde tutti gli elastici per i capelli, quando non raccoglie i pennarelli per terra, o quando vuole “la mano di mamma” per addormentarsi. “Elena dai! Ormai sei grande! Non sei mica più piccolina!”. Subito, provo una vergogna infinita. E in quel momento odio gli adulti per avermela insinuata nelle orecchie fino a farmela acquisire, fino a farla diventare mia. Anche se non la sopporto.

 

Eppure, bisogna crescere! Lo so, si deve. Questa cosa l’ho realizzata. Ci ho messo del tempo per focalizzarla, centrarne i significati, e accettarla per quello che è, nonostante io faccia ancora fatica a sentirmi parte di quel “mondo degli adulti” che ho cercato di tenere lontano fino allo sfinimento delle forze. Ora ci sono dentro per ovvi motivi; ma ciò che voglio dirvi, è che non per questo diventerò triste come la maggior parte di loro. E non importa se la mia ironia tagliente e spudorata, a volte non verrà compresa da qualcuno troppo “adulto” per capirne le sfumature. E non ho alcuna intenzione di perdere quella genuinità che mi fa sentire me stessa anche quando rischio di essere fraintesa. Non voglio perdere quell’abitudine che ho acquisito solo “da grande” (purtroppo), di esprimermi senza filtri, con naturalezza, con quel sorriso ritrovato che oggi mi distingue dalla freddezza, dalla compostezza, e da quella stizza così snob e altezzosa, che oltre a ferirmi (solo a volte), poi mi fa ridere. Perché è fuffa. Truffa. E io ne ho conosciute di “grandi” persone. E le “grandi” persone non hanno bisogno di ostentare, mostrare, e FARE “gli adulti”. Lo sono, o lo sono state, crescendo insieme agli altri. I loro sorrisi e i loro occhi, sono nitidi nella mia mente, e brillano di quella luce che hanno solo i bambini. E allora sì! Ormai ci sono tra gli adulti, ed è una lotta quotidiana. Non si può scappare da ciò che è inevitabile. E bisogna stare attenti, rimanere concentrati, come qualche amico mi suggerisce più per preoccupazione che per critica. Non si può essere degli sprovveduti! E bisogna tirare fuori le palle. Altrimenti “gli adulti” ti sbranano. E diventa un massacro. Ma quell’entusiasmo che i bambini provano mentre danno un calcio al pallone, quando vincono una gara, o toccano con mano qualcosa che desideravano da tanto tempo, io me lo voglio tenere stretto.

 

Ovvio. Mi contengo, ragiono, scelgo i modi migliori per esprimermi. È una fatica enorme, ma necessaria. Ma dentro no. Dentro mi devo vivere sto miscuglio di emozioni spesso contrapposte, ma vive. Perché una frase come “sono fatta così” (come la intendo io), detta con orgoglio e rivendicazione della propria unicità, è l’espressione limpida di quella necessità urgente di rivelarsi, con le proprie fragilità e insicurezze, ma anche attraverso il proprio sorriso aperto e l’ironia incessante; detta in questo senso, e non per ottusità o mancanza di spirito critico, è la frase più bella e liberatoria della mia vita. E se questa frase, al mondo degli adulti può far ridere, sono felice di regalare sprazzi di risate qua e là, e a qualcuno probabilmente la conferma della propria superiorità (fittizia, efficiente e conforme).

Allora, miei prodi gggiovani, preparatevi al delirio! Abbiate fame, e giocatevela bene. Le palle ragazzi! Ci vogliono le palle! Ma non fatevi snaturare. La passione, i desideri, i sogni. Non svendeteli per sentirvi parte di qualcosa a cui non batte il cuore. Per quanto riguarda me, proverò a prendere ogni fallimento come un’esperienza, e ogni traguardo come l’inizio di un altra salita. Obiettivo? Il raggiungimento dei miei sogni di bambina. E chissà se me la cavo! Altrimenti, diversamente seria, ho deciso: “Francamente, me ne infischio!” (cit. che solo gli adulti capiranno).