Come al solito, gli Oscar sono un club per soli uomini

di Michele R. Serra

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Quando Barbra Streisand annunciò che Kathryn Bigelow aveva vinto il premio Oscar come miglior regista, durante la notte del 7 marzo 2010 al Kodak Thatre di Los Angeles, disse “è arrivato il momento”. Era il minimo per sottolineare l’importanza di quell’Oscar, il primo andato a una donna regista nella storia dell’Academy. Eravamo alla cerimonia numero 82, quasi dieci anni fa. Nel 2019, Kathryn Bigelow rimane l’unica donna ad aver mai vinto quel premio. Per capire quanto è strana questa cosa, useremo la più classica delle metafore

Immaginatevi di entrare in un ristorante, con i camerieri che si affrettano a servire tanti tavoli rotondi. Ci sono novanta tavoli, a ognuno sono sedute cinque persone. Il ristorante è al completo, 450 coperti. Ma di queste 450 persone, solo 5 sono donne. È una situazione praticamente impossibile da vivere nella vita reale, no? Bè, questa è la misura delle donne nominate al premio per la miglior regia, in tutta la storia degli Oscar. Non si arriva al 2% del totale.

La grande regista italiana Lina Wertmüller ha raccontato che quando fu nominata per la miglior regia, nel 1977, inizialmente non si era resa conto di quanto fosse importante essere la prima donna mai candidata a quel premio (gli Oscar esistevano da quasi mezzo secolo e nessuna donna regista era mai stata anche solo presa in considerazione). Ma lei era molto impegnata: era in trasferta a San Francisco, stava girando lì La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia, con Giancarlo Giannini. Le avevano dato la notizia e lei era semplicemente tornata al lavoro. Però, tempo una mezza giornata – ai tempi non c’era internet e le notizie non si propagavano velocemente come succede oggi – aveva ricevuto telefonate da decine di testate: quotidiani, riviste, televisioni americane volevano intervistarla, perché lei era un simbolo dei tempi che cambiavano. E del resto, l’abbiamo detto, era il 1977.
Quell’anno vinse il regista di Rocky, John Avildsen, e non la Wertmüller. E così, fast forward fino a oggi, di tutte le disparità di trattamento che possiamo considerare nel mondo del cinema, forse la più incredibile è quella che prescrive che il ruolo di regista sia ancora un club per gentlemen, (che poi spesso non sono neanche tanto gentle a dire il vero). Ed è il caso di ricordare che anche gli altri ruoli del mondo del cinema, con la sola eccezione forse degli attori, vede le donne sempre in qualche modo sottorappresentate. La regia è solo la punta dell’iceberg. La soluzione? Bè una, molto pratica, ce l’ha suggerita Frances McDormand, accettando il premio come miglior attrice non protagonista nel 2018.

Inclusion rider, ha detto la McDormand: clausole da inserire nel contratto dell’attore protagonista o del regista, che chiedono che all’interno del cast e della troupe che girerà il film ci sia una percentuale di donne, ma anche di minoranze etniche, di giovani, eccetera. Usare il potere contrattuale delle star per rendere un film più equo, più diverso. Certo, intanto aspettiamo che il mondo cambi, che diventi migliore senza bisogno di imposizioni. Ma nel frattanto, perché no?