Piccola guida ai film di Venezia / parte

di Vera Trama

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Piccola guida ai film di Venezia / 1° parte
Ormai per i milanesi è diventato un appuntamento irrinunciabile, alla stessa stregua della Biennale Cinema per i veneziani (e non solo). Stiamo parlando della Rassegna dei film della Mostra Internazionale del Cinema che si tiene a Milano quasi in contemporanea con l’evento in laguna e che consente, con un abbonamento di appena 42 euro, di assistere a tutte le proiezioni di tutte le giornate in cartellone. L’unico ‘sacrificio’ richiesto è quello di riuscire ad incastrare gli orari in modo da non perderne nessuna e di essere disposti ad attraversare la città in tempi che variano dai 5 ai 30 minuti per spostarsi da un cinema all’altro.

Ma il divertimento, naturalmente, ripaga di gran lunga ogni sforzo. In particolare perché i film stranieri vengono proiettati in lingua originale con i sottotitoli e, seppure non sia propriamente il modo migliore di gustarsi una pellicola (è l’amletico aut aut: se si leggono i sottotitoli non si colgono i dettagli della recitazione, della sceneggiatura e così via, se ci si concentra sulla recitazione e sulla sceneggiatura non si capisce una parola), consente di ammirare appieno – oppure no – la performance di un attore nelle sue inflessioni di voce e nella sua completa espressività – o inespressività -.

Alcuni dei film in programma a Venezia e alla Rassegna milanese sono già usciti nelle nostre sale, altri arriveranno nei prossimi mesi, altri ancora non arriveranno mai, probabilmente nemmeno sul mercato home video.
Noi vi segnaliamo, di seguito, una prima selezione di quelli che abbiamo visto finora, per orientarvi nella scelta delle vostre serate a base di pop corn e Coca Cola. E appuntamento a martedì prossimo per la seconda parte!

IT’S A FREE WORLD [IN QUESTO MONDO LIBERO] – di Ken Loach con Kierston Wareing e Juliet Ellis, drammatico
Dopo gli ultimi, e non proprio riuscitissimi, Un Bacio Appassionato e Il Vento Che Accarezza L’Erba, il Maestro britannico torna ad occuparsi di un tema a lui particolarmente caro: gli abusi nel mondo del lavoro, dipingendo il sottobosco dello sfruttamento, delle umiliazioni e dell’illegalità connesso al mercato delle Agenzie per l’Impiego.
Da vedere perché: la sceneggiatura è solidissima e la caratterizzazione dei personaggi è approfondita e non banale. Seppure ambientata a Londra, la storia riflette una problematica di grande attualità anche nel nostro Paese, stimolando riflessioni articolate e non sempre di facile soluzione.
Da non vedere perché: come i film più ‘classici’ di Ken Loach, il ritmo è decisamente lento e l’intreccio è un autentico pugno allo stomaco, sconsigliato a chi intende il Cinema soltanto come un passatempo e a chi si ferma allo strato superficiale di ciò che vede.

I’M NOT THERE [IO NON SONO QUI] – di Todd Haynes con Cate Blanchett e Heath Ledger, drammatico
Originale ‘reinvenzione’ del mito di Bob Dylan dissociato in 6 storie di 6 personaggi diversi che ne rappresentano ciascuno una diversa allegoria e un diverso aspetto della carriera e della vita privata. Sullo sfondo, per 135 minuti ininterrotti, le migliori canzoni del “menestrello americano” e, naturalmente, l’intero repertorio di illusioni e disillusioni degli Anni ’70. Premio Speciale della Giuria e Premio come Miglior Attrice a Cate Blanchett.
Da vedere perché: la tecnica narrativa per piani incastrati e sovrapposti (ma quasi mai tangenti) è utilizzata in modo visionario e psichedelico. Ogni storia ha un proprio registro filmico diverso dalle altre 5 e non mancano elementi di ironia o artifici di montaggio spiazzanti e sorprendenti.
Da non vedere perché: negli ultimi 30 minuti abbondanti inizia ad accartocciarsi in una serie di finali-non-finali che sembrano anticipare i titoli di coda per poi riprendere, invece, trascinando la pellicola in una catena di inutili prolissità totalmente evitabili.

THE ASSASSINATION OF JESSE JAMES BY THE COWARD ROBERT FORD [L’ASSASSINIO DI JESSE JAMES] – di Andrew Dominik con Brad Pitt e Casey Affleck, drammatico
Biopic psicologico dedicato alle vicende di Jesse James, leggendario bandito americano di fine Ottocento radicato nell’immaginario popolare a stelle e strisce molto più di quanto, per forza di cose, lo sia in quello europeo. Premio come Miglior Attore a Brad Pitt.
Da vedere perché: la fotografia è un autentico capolavoro. Molto raramente, in altre circostanze, si è visto un film che per due ore offre allo spettatore l’incanto di un’opera d’arte ad ogni singola inquadratura.
Da non vedere perché: l’analisi introspettiva dei personaggi (Jesse James in primis) non è così approfondita come vorrebbe – o come dovrebbe -, e certo l’irrimediabile inespressività di Pitt, premio come Miglior Attore (decisamente regalato) a parte, non giova molto alla causa di quello che sembra più un fiacco fotoromanzo che il tributo ad un antieroe nazionale.

DEATH AT A FUNERAL [FUNERAL PARTY] – di Frank Oz con Matthew MacFayden e Rupert Graves, grottesco
Commedia degli equivoci che stravolge con un registro politicamente scorretto la sacralità del funerale e spruzza di vetriolo l’ipocrisia del finto dolore di circostanza. Una sorta di Parenti Serpenti post mortem in cui ciascuno dà il peggio di sé rivelandosi ben diverso da quello che il protocollo funebre imporrebbe…
Da vedere perché: gli amanti delle “vanzinate” avranno di che divertirsi, tra defecazioni in faccia e nelle mani, trip di acido con conseguenti nudità gratuite, nani omosessuali isterici e personaggi di cartapesta senza alcuno spessore. Più l’immancabile moraluccia finale che risolve tutto a tarallucci e vino, alla faccia del “politicamente scorretto”…
Da non vedere perché: per l’appunto, sembra un film dei Vanzina. La prima metà del film è giocata solo sulle espressioni di un tizio che anziché il Valium ingoia un allucinogeno, la seconda su un vecchio in carrozzella che fa la cacca in mano a un altro tizio e su un nano che sembra morto ma non lo è. Se il proverbiale “humor inglese” del Nuovo Millennio è questo, tanto vale tenersi il nostro…