Portami il diario!

di Caterina Balducci

Le Smemo Interviste - News

Quando un post ottiene così tanti like da arrivare in luoghi istituzionali vuol dire che chi l’ha scritto ha un dono: raccontare la realtà e le sue colorate sfumature con uno stile degnissimo di nota, per l’appunto.
È successo a ottobre del 2019 a Valentina Petri, prof. di lettere e curatrice – fino a quel momento anonima – della pagina Facebook “Portami il diario”. Il FAI, in occasione delle celebrazioni dei luoghi leopardiani, le ha chiesto di leggere quel post in cui raccontava di come aveva attualizzato l’Infinito, di come i suoi studenti aspiranti meccanici avessero scovato il loro personale “ermo colle” custodendolo nelle foto dei loro telefonini. Ad ascoltarla – incuriosito e divertito – c’era il Presidente Mattarella: a quel punto sì, è decisamente uscita dall’anonimato.

E questa bellissima storia non finisce qui, perché alla prof. Petri viene anche chiesto di scrivere un libro. No, non una raccolta dei suoi amatissimi post, ché sarebbe stato troppo semplice… Un romanzo vero e proprio, che pesca dalla sua vita scolastica ma racconta una storia di cui lei è la regista. Una bella sfida, naturalmente riuscitissima.

Raggiungiamo Valentina al telefono per farle qualche domanda in occasione dell’uscita del libro, in un ritaglio tra la didattica a distanza e le presentazioni virtuali in libreria. Ci teniamo particolarmente perché crediamo che ci sia qualcosa di speciale che ci lega a lei… facile, no? Un qualcosa che lega la nostra storia alla sua: ovvio, il diario.

Smemoranda: Ciao Valentina, non vorremmo essere troppo autoreferenziali ma ci sentiamo un po’ chiamati in causa: come mai hai scelto di intitolare la tua pagina, e poi il tuo libro, al diario?

Valentina Petri: Be’, il diario per me rappresenta innanzitutto la scrittura. In questo la Smemo sappiamo che ha avuto un ruolo d’eccezione, soprattutto per quelli della mia generazione… Sulle pagine del diario incollavi ricordi e pensieri però, in effetti, annotavi anche i compiti. Quindi rappresenta un po’ un oggetto ambivalente: è sia molto personale, sia istituzionale, soprattutto in caso di note o comunicazioni “spiacevoli”.

Perdona la domanda che sa un po’ di dibattito, ma secondo te la carta è ancora importante?

Ovviamente l’oggetto dei ragazzi è lo smartphone, ma questo lo sappiamo fin troppo bene. A scuola, però, nel bene e nel male, è un po’ come se il tempo si fermasse. I telefoni in teoria dovrebbero essere spenti e quindi la carta ha ancora un grande peso. Magari gli alunni sono meno attenti a dove scrivono, forse un quaderno può trasformarsi in taccuino, ma la carta è ancora più viva che mai.

Secondo te la scrittura tra i ragazzi se la passa bene?

Direi proprio di sì, anche e soprattutto perché l’adolescenza è per definizione l’età in cui si sente il bisogno di raccontarsi. Ce lo insegna la letteratura e ce lo insegnano, lo sapete bene, le tante Smemoranda rigonfie che saranno negli scaffali di chissà quante camerette.

Com’è nata l’idea della pagina dedicata alla tua esperienza di prof di lettere?

Scrivo da sempre e scrivo sempre. Ho scritto su di un paio di blog anonimi, poi un amico più social di me mi ha consigliato di costruire una pagina Facebook, quella attuale, che gestisco dal 2017. È cresciuta inaspettatamente da sola, con il passaparola dei lettori e le condivisioni.

Chi c’è (o pensi ci sia) tra i tuoi numerosi lettori?

Mah, di sicuro gli insegnanti, che sono un po’ un’enclave: si riconoscono tra loro e parlano a volte una lingua un po’ strana, soprattutto quando ci si mette la burocrazia. E poi condividono quest’esperienza forse unica di fare un lavoro dove appunto la burocrazia è presentissima ma dove la componente umana è prevalente. So che mi leggono volentieri anche gli inseganti in pensione, finalmente rilassati, e poi credo i genitori degli adolescenti, che rivedono alcuni dei meccanismi a loro fin troppo noti.

La tua scrittura è ironica ma anche ricca e letteraria, i tuoi personaggi caratterizzati ma mai stereotipati. Ricorda, per esempio, quella di Domenico Starnone in Ex cattedra.

È un paragone che mi hanno fatto abbastanza spesso, e naturalmente ne sono lusingatissima, anche se non credo di meritarmelo. Diciamo che la grande letteratura scolastica fa parte della mia formazione: dal libro Cuore di De Amicis, che io amo e spoglio dalle accuse che spesso gli vengono rivolte e cioè di peccare di troppa retorica, a Ricordi di scuola di Giovanni Mosca che non a caso ho inserito negli esergo del libro, insieme a Harry Potter.

Il libro è ambientato in un istituto professionale, in una classe di futuri meccanici. Che sfida rappresenta per un prof di lettere insegnare in una scuola dall’indirizzo così pratico?

Purtroppo ci sono molti pregiudizi a riguardo: gli istituti tecnici, e ancor più i professionali, sono spesso considerati scuole dove non è possibile far entrare certi nomi o certi temi. Ecco, il mio piccolo contributo per sfatare questi pregiudizi – già con i social e ora con il libro – è dimostrare come sia possibile portare Jacopo Ortis anche nelle aule dove sono ricostruite vere e proprie officine meccaniche.

Nel libro non manca di certo il racconto del personale scolastico (il segretario che tratta la fotocopiatrice come una divinità avversa) e i colleghi, che spesso tendono a scaricare agli ultimi arrivati le classi e gli orari più difficili…

Le scuole sono popolate da personaggi bellissimi, anche ricorrenti: colleghi e colleghe entusiasti o stremati, personale amministrativo in lotta con la burocrazia e la tecnologia, supplenti che girano come trottole, bidelle armate di spazzolone che ti scambiano per un’alunna almeno fino ai trent’anni. Sono personaggi che conosciamo tutti perché in ogni scuola ce n’è almeno uno.

A noi sembra che il tuo romanzo sia perfetto sia per gli adulti sia per i ragazzi, perché la tua scrittura parla tutte e due le lingue: lo slang degli studenti non è affettato come a volte succede in certi film, mentre la voce narrante è quella di una prof appassionata e preparata che però è disposta a scendere dalla cattedra per rimboccarsi le maniche e riconoscere chi ha di fronte.

L’ho appreso con meraviglia e grande piacere: oltre a chi lavora nella scuola ed ai genitori, ho scoperto di avere tanti ragazzi tra i lettori. E ne sono molto orgogliosa, perché sono la platea più difficile, perché sono critici spietati e impietosi, però evidentemente si ritrovano nel clima di classe che si respira nel romanzo e sentono i protagonisti della mia storia vicini al loro mondo.

Nota finale: proprio perché noi crediamo che la prof/scrittrice Petri sappia raccontare quello che a scuola succede veramente, abbiamo in serbo un piccolo “bonus” per gli smemorandiani: la prossima edizione di Smemo, che speriamo tornerà a settembre sui banchi veri, ospiterà un suo contributo! Nell’attesa, il suo romanzo vi (ri)porterà a scuola tra risate (a volte amare) e personaggi che vi entreranno nel cuore.