Pride vuol dire orgoglio

di Viviana Correddu

Storie di Smemo
Pride vuol dire orgoglio

«Gallo, lei è Morena, la mia fidanzata» gli dissi un giorno.
Belin, com’era contento. «Aaah, che bella ragazza! Come stai?» le chiese. Passammo a parlare di noi, di come ci fossimo conosciute, di come stessimo, gli studi, il lavoro, i progetti. Eravamo in archivio, in canonica. Non mi chiese se fossi sicura di quello che provassi o se mi sembrasse giusto provarlo. Non ce n’era bisogno: ci ha guardate e accolte come una cosa felice, una cosa bella. Ma già lo sapevo. Grande nonno Gallo.

(da il Gallo siamo noi)

 

Letizia e MorenaEccola qui Letizia. Ce l’ho di nuovo davanti, con la sua frangetta corta e brizzolata nonostante la giovane età. Siamo sedute a mangiucchiare qualcosa in una tavola calda di Torino, dove lavora la sua fidanzata Morena, con lei da sette anni. Io alle 17:00 devo avviarmi verso lo stadio Olimpico. Vado a vedere Vasco in concerto! Mica noccioline… e dobbiamo ottimizzare. È il 28 giugno 2015. Il giorno prima, proprio a Torino, la città dove Letizia vive, studia e fa tante altre cose, c’è stato il Gay Pride. E ho pensato: chi meglio di lei può parlare di “teoria del Gender”, Pride, famiglie arcobaleno, associazioni, orgoglio LGBTQI (lesbian, gay, bisexual, transgender / transexual, queer, intersexual)!?!

Letizia è una delle fondatrici di Tessere Le Identità, l’associazione che nasce ad Alessandria nella Casa di Quartiere della Comunità San Benedetto al Porto e che si occupa di tematiche di genere e LGBTQI. Parte da uno sportello aperto. Un luogo d’incontro e spazio di ascolto che oggi conta circa 100 tesserati, riferimento per il territorio e la Provincia di Alessandria. Riferimento necessario, soprattutto per chi non trova nella famiglia un ambiente accogliente e informato rispetto all’argomento, vivendo un disagio che spesso porta a sofferenza. L’incontro con altre persone che vivono il tuo stesso orientamento sessuale o hanno vissuto prima di te la discriminazione e l’emarginazione per qualcosa che non puoi e non vuoi (!) escludere dalla tua esistenza (e cioè la tua libertà di AMARE), diventa così un’ancora a cui aggrapparsi per iniziare a comprendere che non sei l’UNICO, che non sei SOLO e che non è poi così vero che sarai costretto a soffrire per tutta la vita. Solo perché vivi come sei e non come gli altri vorrebbero tu fossi. Letizia ha avuto la fortuna di vivere in un ambiente culturale come quello della Comunità che ha saputo ascoltarla, seguirla e coinvolgerla, una mamma con la quale confrontarsi senza mai essere giudicata e un “nonno Gallo” che… beh! Non a tutti capita di avere. Ma Letizia non si accontenta, vuole fare qualcosa, vuole mettere a disposizione la sua fortuna, la sua storia; vuole condividere la sua serenità che comunque è da conquistare ogni giorno. Una necessità che le viene sicuramente dall’ambiente culturale e politico in cui è cresciuta, e che è stato e continua ad essere determinante nella sua crescita personale e nelle sue scelte di donna che sta diventando adulta. Vuole poter urlare Letizia, vuole che tutti sappiano che si può essere ciò che sei, senza vergogna. Vuole potersi mostrare per ciò che è, una persona felice, libera e con la propria identità sessuale da non nascondere, da vivere.

“Mi piace essere d’aiuto, non ci vuole una laurea. Basta ascoltare, mettersi in relazione; anche solo poter proporre un modello positivo possibile e poter dire…io sono lesbica..ma ho una vita “normale”. È diversa perché unica, perché siamo tutti diversi… ma puoi essere felice. C’è dietro una rivendicazione, c’è dietro l’orgoglio di ciò che sei, che senti.. come persona. Ecco il significato del Pride, che letteralmente vuole dire orgoglio. E l’orgoglio è il ribaltamento psicologico della vergogna. Ci siamo vergognati per anni. Non ci vergogniamo più. A volte sento dire che il Pride è una carnevalata… ”tutti nudi… con i culi di fuori!” Dentro quei corpi, c’è tanto altro… a parte che secondo me, esprimersi è sempre un’occasione. E poi il corpo è molto importante, spesso ce ne dimentichiamo. Siamo sempre incastrati culturalmente, i nostri corpi sono molto gestiti dalla morale, dalla cultura. Ma il corpo è quello che dice cosa senti, è la tua pancia… è quello che si vede di te. E allora sai cosa ti dico? Chi per anni si è vergognato di se stesso, sono contenta che si esprima come crede. Non è un’ostentazione, secondo me… ma una liberazione. Siamo Persone, quest’anno eravamo 70.000 a Torino. Abbiamo un orientamento sessuale diverso, ma questa è solo un’altra diversità tra le tante; il motto della nostra associazione è appunto “LA DIVERSITA’ È UN BENE COMUNE”.
Contro il Pride e alla rivendicazione dei diritti delle persone LGBTQI (che, ricordiamolo, sono diritti umani), sono nati negli anni i vari “Family Day”, le “Sentinelle in piedi”, e tutto questo bigottismo può essere davvero il colpo di coda di questi movimenti di esclusione e di emarginazione che ci sono e che prendono campo. Una sorta di chiamata alle armi, per rinsaldare un po’ le fila e battersi contro il diverso, il nemico… vorrei che ci fosse curiosità nei confronti del nuovo, di ciò che non si conosce. Come i bambini nati in famiglie con genitori dello stesso sesso… non è vero che sono discriminati, o che vivono male! Andate a conoscerle queste famiglie Arcobaleno, sono molto disponibili! Parlate con loro, vedrete che non è niente di pazzesco! È l’amore che crea una famiglia. Questo infatti è il loro slogan… ed è così vero, che non c’è bisogno di aggiungere altro.

Spiegateci cos’è questa Teoria del Gender, almeno capiamo di cosa si tratta… perché non esiste la Teoria del Gender. Esistono gli studi di genere, ce ne sono diversi, che affrontano le “tematiche di genere”. Quindi si parte dal “ruolo di genere” (donna, mamma, uomo, papà.. ecc) stereotipi nei quali siamo incastrati; noi vogliamo scardinare questi concetti, non perché siano sbagliati in sé..però c’è poca libertà! Già da piccoli ci viene imposta una identità, una quotidianità già preconfezionata! ..e non c’è libertà in questo.”

Letizia insieme a quattro amiche, ha messo in piedi il progetto fotografico Lesbica non è un insulto, da un’idea di Martina Marongiu. Tramite le immagini, le foto, i loro corpi, che diventano una tela su cui scrivere, cercano di indagare alcuni pregiudizi e luoghi comuni che ci sono sulle lesbiche. Proprio le lesbiche che in Italia sono spesso percepite come invisibili. Si propongono di parlare ad un pubblico che non ne sappia nulla, eterogeneo: dietro le immagini e le scritte c’è un grande lavoro poiché devono essere immediate e incisive, chiare nel messaggio. “Non ci sono le nostre facce sulle foto, non certo perché ci vergogniamo. Ma togliendo i nostri volti in un certo senso ci siamo oggettivate… e non ero più io, Letizia, la ragazza lesbica che diceva quella cosa. Non riguarda solo me, noi, ma riguarda tutte e tutti.
La prossima settimana andiamo a Berlino con il progetto: stiamo girando in gran parte dell’Italia e abbiamo conosciuto tante persone e realtà diverse e interessanti. Siamo cinque amiche, ci divertiamo, e la nostra forza credo stia proprio in questo, nel modo in cui ci presentiamo, l’ironia che abbiamo, l’aria rilassata. Proponiamo, senza strategie, quel modello positivo a cui sentiamo di appartenere. ci prendiamo poco sul serio ma crediamo che ci sia ancora bisogno di parlare di queste tematiche, purtroppo. Abbiamo un buon riscontro, e questo ci fa continuare con tanto entusiasmo, e la sensazione che davvero.. il mondo può cambiare. Ognuno di noi, può fare la sua parte.”

Letizia con “Tessere le identità” e “Lesbica non è un insulto” sarà presente anche al Pride di Genova in programma per il 4 Luglio. Ci sarà la Comunità di Don Gallo, eterosessuali, coppie con figli, passeggini, culi di fuori e qualche tetta al vento. E perché NO! Tanta ironia, tanto ammmore, e baci, musica, balli e colori… e la voglia di urlare: “ci sono. Esisto. Sono qui. Sono ciò che sono. Sono una persona.” La diversità è un bene comune, dicevamo… Non esiste un noi e un loro. E io sono convinta, che l’amore possa solo generare altro amore. Semplice.