Quartieri, fuori dalle scatole: scatti di Genova

di Laura Giuntoli

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Quartieri, fuori dalle scatole: scatti di Genova

Venerdì 14 dicembre è un giorno speciale per i quartieri genovesi: a loro è dedicata la mostra di foto realizzate dai ragazzi dell‘Educativa Trasversale, un servizio ricreativo di strada attivo nel centro storico della città, che proprio da domani saranno esposte per la prima volta al Formicaio, il Centro sociale per l’infanzia e l’adolescenza di Genova.

Attenzione, però: non si tratta di semplici foto, ma di scatti stenopeici realizzati con le scatole. Scatole molto speciali, fabbricate a mano, che attraverso un procedimento fotografico sfruttano il principio della camera oscura per la riproduzione delle immagini, come si usava una volta. E poi c’è la documentazione digitale di Matteo Angelino, Laura Avarino e Marco Marenco – Borderline Art, che insieme alle immagini racconta questo percorso artistico e sociale tracciato nella zona del Ghetto e nel quartiere della Maddalena dai ragazzi che hanno preso parte al laboratorio, guidati nell’impresa dal collettivo artistico IMPOSSIBLE SITES dans la rue.

Da questo progetto è nato un libro, che ferma – nero su bianco – sguardi e pensieri: “GhettinLAB”, un catalogo a cura di Giuditta Nelli, Mario Gagliardi e Davide Mazzanti.

Com’è andata ce lo racconta proprio Guiditta Nelli, giovane artista ligure, con un dialogo – surreale ma vero – tra chi ha immortalato questi quartieri fuori dalle scatole. E dedica il progetto a tutti i ragazzi del GhettinLAB e dei vicoli, che non progettano lʼintercultura, ma la vivono.

 

GIUDITTA NELLI

“Proviamo a descrivere – a chi non lo conosca – il centro storico di Genova. Ok?”.
Di getto, dalla curva: “No, non mi chiedere niente Dai! Genova, per me, è tutta bella: ogni volta che vedo la Lanterna mi innamoro“.
“Ma vai!” qualcuno contrattacca; spingendo sullʼacceleratore, accusa la città dʼessere troppo poco ʻmetropoliʼ, tira fuori gli aspetti negativi del centro storico, elenca disastri e problemi.
“Il centro storico ha le sue cose d’antico”, salta su lʼinnamorata zeneize, “É stupendo vivere in un posto con una storia così, ma è difficile”.
“Certe cose, nel centro storico, andrebbero spostate; non levate, ma spostate”. Io sorrido alla semplicità ed allʼintelligenza.
Poi, incalzo: “Stiamo sullʼargomento e cerchiamo di raccontare il Ghetto, che abbiamo visto in maniera diversa, fotografandolo con le scatole”. 

“Io non ci ero nemmeno mai stato, al Ghetto! Eppure ci giro sempre, nei vicoli”. “É uno spazio a parte, ancora”.

“E comunque, il Ghetto non è l’unico ghetto”.

Lʼargomento piace; parte unʼinfilata di commenti. Nessuno sbadiglia più.
“Al Ghetto, ogni tanto ci passo… per andare altrove” “Quando lo attraverso, sento tensione: c’è silenzio, meno gente”. “Dove c’è gente, anche se come alla Maddalena, ti muovi più tranquillo” “In quei 20 metri, invece, sei tutto chiuso”. “Non mi piace sentirmi solo, non sono abituato” “A Genova, che ci piaccia o no, siamo tutti vicini”.
“L’idea che si ha del centro storico di Genova – che fa paura a chi non ci gira – è legata alla presenza degli stranieri. La gente che non è curiosa, ha paura”.

“Chi ha paura di Genova, ha paura perché non la conosce”. “Girando nei vicoli puoi pensare di essere in un altro paese, in tanti paesi”. “É un po’ come viaggiare, stando a casa”. “In pratica, i vicoli non impigriscono”
Di nuovo, scrivendo, non riesco a trattenere la soddisfazione: questi ragazzi mi piacciono e la magia delle loro parole, anche. “Sì, ma Genova non è mica solo il centro storico!” se ne esce, spazientito, il più critico del gruppo: “Io sono cresciuto in periferia e mi manca…” “Ma cosa! La periferia è brutta, se esci puoi anche non incontrare nessuno”.


“Facciamo così”, mi rimetto in mezzo io “chiudiamo la chiacchierata cercando di dire dove sta la differenza tra il centro storico e la periferia”.Beh, praticamente… Da una parte c’è il cubo di Rubik, dall’altra una via in prospettiva”. Applausi. Sintesi perfetta.

Da dove siamo partiti? Da una scatola. E dove siamo arrivati? Ad una lettura limpida, consapevole. Mi muovo verso casa e mi interrogo. A che serve usare uno strumento antico, fatto di scatole vuote, carta fotografica, pazienza e camera oscura? Serve a fare uscire i quartieri, dalle scatole – di stereotipi e problemi – dentro cui sono chiusi. Serve a farci entrare – nei quartieri – chi abbia voglia di scoprirli.
 Serve, anche, a godere nel vedere – responsabilizzati e seri – giovani amici muoversi, con disinvoltura, e con un passo da protagonisti, nella propria realtà, nelle proprie vie.

– Un ringraziamento speciale a Simona Olivieri, che ha accompagnato tutti i nostri scatti e a Tomaso Bozzalla che, con Alessandro Ratti, è comparso al momento opportuno.- 

Giuditta