A certe donne le lacrime fanno questo effetto

di Rossana Campo su 12 mesi - Smemoranda 2015





Forse avevo esagerato un po’ col fumo. Avevo aperto la finestra e mi ero allungata a terra per respirare, mi ero messa a guardare il pezzetto di cielo e avevo beccato anche tre o quattro stelle che brillavano discretamente e in più c’era anche il croissant di luna gialla. A quel punto, era partito un dialogo alla disperata con quelle vecchie amiche che stavano immobili nel cielo nero da sempre e sembravano non avere nessuna paranoia e zero ansia, niente di tutto quello che mi veniva su adesso che mi ero sballata un po’. 

Comunque, così stavo dicendo: Sapete che succede? Che mi ricordate un po’ la mia ex, la Betti, che se ne stava lì tranquilla e spandeva intorno tutta la sua bellezza senza cagare nessuno veramente, come fate voi. Be’, ad ogni modo,  qualunque cosa facesse o avesse fatto in passato la cara, morbida Betti non doveva più importarmi, quella sera avevo cercato di fare questo patto con le stelle e la luna, una specie di giuramento col cielo: che io a lei non ci pensavo più, che ce la mettevo tutta per cambiare soggetto di riflessione, via lei e le sue belle labbra e tutto il resto. 

Anche se ogni ragazza col caschetto scuro, non molto alta, non molto simpatica, con la faccia e il culo rotondi che vedevo in giro mi sembrava sempre lei. E mi veniva voglia di attaccare discorso, farla parlare, come se questo potesse convincere lei, la Betti originale, a tornare indietro. A ripensarci. A tornare da me insomma.

Va bene, il mio dialogo notturno continuava e io cercavo di tenermi sveglia, non mi volevo addormentare così, tutta stonata, piena di amarezza e rimpianti. Stavo respirando l’aria fredda che entrava dalla finestra quando dai vicini di casa era arrivato un botto della madonna. Erano le due passate e nel silenzio della notte quel colpo mi era rimbalzato dentro al cranio. Era stato lanciato qualcosa di pesante che probabilmente si era disintegrato contro il muro accompagnato dall’urlo di lei: Oooohhhh…!

Quei due litigavano regolarmente da un po’ di tempo. Lei abitava nell’appartamento accanto al mio da un annetto e il tipo con cui si lanciavano oggetti lo frequentava da due, tre mesi. Mi era capitato di incrociarli per le scale. Lei era troppo bella, troppo di classe per stare da queste parti, l’avevo pensato subito. Lui era il tipo tamarro, ma bel ragazzo anche lui. Faccia arrogante e corpo di chi passa parecchio tempo fra palestra, sauna e compagnia bella. Insomma, uno di quei cazzoni pieni di sé come piacciono a certe donne. Le donne che pensano di non valere niente. 

Lei, la vicina, aveva due gambe lunghe, perfette, un corpo da ballerina e tanti capelli rossi ondulati, una specie di Nicole Kidman dei poveri. Forse, potevano essere entrambi ballerini. 

Una volta che stavo rientrando dalla pizzeria dove lavoro, ci siamo ritrovati tutti e tre nell’ascensore e li avevo guardati con una punta di timidezza, mi erano sembrati due extraterrestri nati e cresciuti nel pianeta dei fichissimi e poi arrivati fin qui per caso, come portati dal vento, forse per ricordare a me e a quelli come me che avevamo bisogno di un tocco di eleganza in più. 

 

 Con queste pareti si sente tutto quello che succede nella vita degli altri, e loro due li sentivo scopare spesso, specie dopo che avevano litigato. Quello che mi sembrava di capire, che c’era lui che ripeteva come una specie di ritornello di aver bisogno del suo spazio. Voleva andarsene in giro per i fatti suoi, e lei aveva da ridire. Gli rimprovava che si vedevano poco, e che lui sbarcava lì solo per scopare, e poi la teneva fuori dalla sua vita. Lei elencava giù tutta una serie di richieste, rimproveri e minacce. C’era una sfilza che tirava fuori ogni volta e mi dava la sensazione di qualcuno che si era messo seduto con carta e penna e si era fatto una lista di tutti i punti che voleva toccare.

Lei parlava, parlava, e lui finiva sempre col dire che aveva bisogno del suo spazio. Quindi: lacrime, minacce e poi li sentivo trombare.

A me pareva di intuire che Nicole stava cercando di usare il suo corpo e il sesso per provare a trattenerlo, o a fargli cambiare idea. A volte mi veniva voglia di andare di là, bussare alla porta e dirle: Senti bambola, mettiti seduta, ti devo spiegare una cosa, lui ha già deciso quello che ti vuole dare, e questo è quello che ti darà, adesso e sempre: qualche scopata quando ha voglia lui. Mettiti l’animo in pace, non gli farai cambiare idea né coi discorsi, né spaccando tutta la casa, né con le scopate da paura.

Poi però non mi sono mai mossa. Non ho mai lasciato la mia postazione per suonare al suo campanello.

 

A un certo punto, l’ho capito. Eravamo passati a un’altra fase. Erano cominciate le scopate di addio. Non esiste niente al mondo che superi lo squallore delle scopate di addio. Lo so bene, perché io e Betti abbiamo avuto un paio di mesi di scopate di addio. Però almeno rispetto a questi due non parlavamo e non ci lanciavamo oggetti, ci limitavamo a fare sesso col magone. Poi restavamo allungate sul letto ad ascoltare il mondo fuori, i ragazzini che facevano casino nel cortile, le televisioni con le sigle dei telegiornali, le urla di qualche altro abitante del nostro condominio di periferia. Finché era arrivato il giorno che Betti mi aveva detto: Giusi, non sento più niente, non mi va più di fare l’amore con te. Credo di non amarti più.

Be’, nessuna corazza al mondo e nessuna infanzia passata nei palazzoni di periferia ti possono proteggere da frasi del genere. Nessuna armatura può impedirti di sentire un male cane. Così, quando finivo il mio turno in pizzeria, avevo preso l’abitudine di starmene allungata sul letto a seguire la love story dei vicini di casa.  

 

Un giorno il tipo se n’è andato per sempre. Ha definitivamente scelto il suo spazio e lei è rimasta lì disperata. Avevo capito tutto perché lei passava il tempo a telefonare agli amici riepilogando con ognuno tutta la vicenda. A ogni telefonata che faceva, aggiungevo un particolare alla storia. C’erano delle frasi che mi avevano incuriosita, altre che mi divertivano, anche se mi imbarazzavo a venire a sapere tutto nei minimi dettagli. Una volta lei aveva detto che lui le doveva seimila euro, che era uno che faceva buffi dappertutto, aveva anche fregato sua sorella. Spesso Nicole concludeva le telefonate dicendo: Ma hai capito? Mi ha detto che non sono alla sua altezza! IO?! MA È LUI CHE NON È MAI STATO ALLA MIA ALTEZZA!

Nei suoi dialoghi telefonici faceva la tosta, quella avvelenata col mondo, che ce l’ha su con tutti. Poi, quando attaccava il telefono, si rimetteva a frignare. 

 

Una sera che sono tornata a casa stanca, con le caviglie gonfie e un paio di bicchieri in più in corpo, ce l’ho fatta.

Ho avuto il coraggio di suonare alla porta di Nicole e l’ho invitata a prendere una birretta da me. Mentre suonavo ho sentito che mi si smuoveva tutta la pancia, dovevo avere un sacco di gas intestinale. Ho pensato che avrei fatto una figuraccia. Io, la Giusi della pizzeria con le caviglie gonfie e il gas intestinale e lei, la bellissima Nicole Kidman dei poveri. 

Ma ho suonato, e l’ho invitata. In fondo, da quello che potevo sentire, la ragazza non aveva avuto una gran vita sociale ultimamente, se si escludono le lunghe pallose ossessive telefonate agli amici.

Nicole mi ha guardata leggermente sorpresa, ha dato un’occhiata ai miei jeans sfondati, alla mia felpa col nome della palestra dove vado a fare pugilato, L’INTREPIDA, e ha detto: Ok, dammi cinque minuti che arrivo.

Io sono corsa a organizzare il set dell’incontro, ho raccolto in fretta le varie canottiere, mutande, calzini, jeans e scarpe da tennis sparsi in giro, li ho appallottolati tutti insieme e ho fatto centro nel cesto dei panni sporchi. Mi sono lavata i denti, mi sono spruzzata il deodorante e poi ho preso un paio di Ceres dal frigo, le polentine croccanti, le noccioline e le ho sistemate sul tavolino.

Nicole ha suonato alla porta dopo una ventina di minuti. Si era lisciata i capelli con la piastra mi sa, si era messa il rossetto e il rimmel e una collana con piccoli cerchi colorati che finivano uno dentro l’altro. Un paio di leggings che sottolineavano la perfezione delle sue gambe lunghe, snelle e muscolose, e una felpa rosso fragola. 

Era entrata e aveva detto: Oh, è molto carino qui. E sedendosi, Oh comodo questo divano! L’avevo trovata simpatica, anche perché il divano era l’unico mobile che avevo, a parte il letto e il tavolo e un armadio.  

Avevo aperto le Ceres e avevamo cominciato a bere direttamente dalle bottiglie. Mi ero sintonizzata su Radio Rock, verso quest’ora passavano del buon vecchio rock senza aggiungere troppe parole inutili e messaggini degli ascoltatori. C’era uno special sui Metallica e noi eravamo rimaste a tirare giù le birrette e a ascoltare la radio.

Non avevamo molto da dirci, io non sono brava a parlare e lei era piuttosto depressa. Si capiva che aveva dato una sistemata alla facciata, ma la testa non c’era, era sprofondata sotto qualche tonnellata di tristezza da abbandono. Io ero stanca e continuavo a sentire il gas intestinale che mi rimescolava le interiora, un paio di volte mi ero dovuta chiudere al gabinetto. Quando ero tornata da lei l’avevo vista con lo sguardo perso dentro la ciotola delle polentine. 

Guardandola bene, le avevo trovato una nuova luce sul viso, i lineamenti si erano come ammorbiditi. Anche se era sempre stata molto bella, mi pareva che queste giornate di lacrime e tristezza la rendevano ancora meglio. A certe donne le lacrime fanno questo effetto, diventano magiche, diventano bellissime. Con me invece non funziona, io quando sto male mi sento un cesso. Penso di non avere più alcuno stile. 

Così ho deciso che fra il gas intestinale e la depressione di Nicole era meglio chiudere bottega. Mi sono preparata a congedarla, ho provato un paio di frasi dentro la mia testa e le ho chiesto se voleva un’ultima birretta.

Poi le ho detto, Be’, se ti va possiamo vederci ancora, possiamo andarcene a un cinema, o a mangiare fuori, che ne dici?

Lei si è girata verso di me, mi ha guardata da sotto in su, con uno sguardo stronzetto, ha messo su un piccolo broncio, e mi ha appoggiato una mano sulla coscia. Poi ha detto, parlando come una ragazzina: Perché, vuoi mandarmi già via? E mi ha fatto un sorriso. Si è passata una mano sui capelli lisci e mi ha sparato un sorriso che di colpo si era liberato dalle lacrime e dalle telefonate ossessive dei giorni passati.

Era tutto quello che mi ci voleva per rimettermi in pista. A quel punto mi sono sentita subito in forma, e bella.


Rossana Campo


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