A pochi giorni e un oceano di distanza, due bambine

di Concita De Gregorio su 12 mesi - Smemoranda 2018





A centotrentasei giorni, novemiladuecentocinque chilometri e un oceano di distanza sono nate due bambine, nel settimo anno del Novecento. Partorite in casa, naturalmente, entrambe. Il 6 luglio 1907 in una stanza dalle pareti tinte di rosa a Coyoacan, Messico, la levatrice mise in braccio alla madre una neonata magra, piccola come un coniglio, bruna di pelle e di capelli. Il giorno era stato caldissimo, un sole implacabile. Alle sette di sera dal balcone vicino una voce di donna cantava. La Llorona, forse: una melodia popolare, comunque, tiepida e tragica. La bambina si chiamò Frida, crebbe rapidamente, fu nutrita con latte di capra. La paura che morisse a novembre svanì. Il 22 novembre 1907 a Parigi, Francia, pioveva.  In una mansarda scaldata a legna si udì il pianto di una neonata. Era bianchissima di pelle e florida. Aveva il viso grande e il corpo già morbido. Si chiamò Teodora. Per strada il padre attendeva fumando, il bavero del cappotto alzato, le scarpe scurite dall’acqua.

Frida Kahlo e Dora Maar si sono incontrate, nella loro giovinezza. C’è una foto, è Dora che scatta: ritrae Frida accanto a un piccolo uccello di terracotta. Tuttavia. Nessun ricordo può dare la certezza che qualcosa sia veramente accaduto. Così pure, al contrario: l’assenza di ricordi non prova il disincontro. (Disincontro: luogo dell’incontro orfano di chi avrebbe dovuto incontrarsi, ma non sapeva di aspettare né di essere atteso. Errore di sincronia, destino distratto. Luogo pieno di chi manca). Si incrociarono forse a Parigi, quel giorno, nell’atelier di Picasso dove lui cancellava furioso Guernica. O sotto la scala dove Diego Rivera, a Città del Messico, stava ritto e ridente ad affrescare il soffitto. Nella casa dove visse e morì Trockij, probabilmente. Ma anche qui, di nuovo, adesso. Senz’altro qui. In questa storia che attraversa il disamore. (Disamore: amore disabitato per un errore del tempo. Due valigie confuse al deposito bagagli, scambio di binari. Stanza pronta per gli amanti, senza gli amanti).

“Il corrimano dell’autobus mi trafisse come la spada trafigge un toro. La prima cosa a cui pensai fu un giocattolo dai bei colori che avevo comprato quel giorno e portavo con me. Volevo cercarlo. Un uomo si accorse della mia tremenda emorragia, mi sollevò e mi depose su un tavolo da biliardo. Non è vero che ci si rende conto, che si piange. Io non versai una lacrima”. (Il giorno dell’incidente che le frattura la spina dorsale Frida Kahlo ha 18 anni, sta tornando a casa da scuola. Studia per diventare medico. Dal bacino alle spalle, il suo corpo si apre. Rischia di morire. La operano molte volte. Soffre dolore non dicibili). “Alejandro, non posso muovermi. Due argani mi tirano il collo e le gambe. Posso vedermi nello specchio sul soffitto. Ho libere solo le mani. Ho dipinto questo per te”. (Alejandro, il suo ragazzo, era insieme a  lei quel giorno sull’autobus. Lei gli chiede, col suo dipinto: torna da me. S’intitola Autoritratto con vestito di velluto. Il vestito è color rubino, lo indossa sul corpo nudo. Il cielo è nero. Lei magnifica e non ferita, intatta. Ha 19 anni).

“Tutti pensavano che mi sarei uccisa dopo il suo abbandono. Anche Picasso se lo aspettava. Il motivo principale per non farlo fu privarlo di questa soddisfazione. Non mi sono uccisa perché ero certa che lui fosse certo che lo avrei fatto. È stata la mia ultima parola, in un certo senso. Sopravvivergli. Tutti conoscono i miei ritratti. Che piango che ho la pelle verde che sono trafitta da spilli che ho le mani lunghe da uccello e artigli scarlatti. Che sto composta con le mani sul grembo, incrociate, che ho il cranio privo di una parte come se un chirurgo l’avesse asportato. Il chirurgo era lui. Ho migliaia di ritratti, quelli che si conoscono e quelli che ho visto solo io, fatti a pezzi dopo, buttati con le scorze della frutta dei pasti che consumavamo sul letto, sul pavimento, sull’erba che va verso il mare. Ci metteva pochissimo, a volte due minuti, a disegnarmi. Ma non era me che ritraeva. Vedeva qualcosa oltre me, qualcosa di sé. Ho migliaia di ritratti fatti da lui. Nessuno è Teodora Markovich, Dora Maar. Nessuno sono io. Sono tutti Picasso”. (Teodora, Dora. George Bataille, Paul Eluard, Jaques Lacan, Picasso. La letteratura la poesia la psicanalisi la pittura nel Novecento, nelle sue forme supreme, hanno abitato il suo corpo, lo hanno riempito confondendosi dentro di lei, ma è lei che ha illuminato loro. Lei, luce nell’ombra). “A nessuno interessa sapere di me, tutti si aspettano solo che io parli di lui. Perché lui è stato dentro di me e questo contamina per sempre. Per sempre la gente solo questo vuole. Gli uomini, per esempio. Gli uomini che ho conosciuto dopo, nella vita, questo volevano. Entrare dentro di me perché volevano passare da dove lui era passato. Abitare lo stesso corpo che lui aveva abitato, starci dentro e trovarlo. Una profanazione una conquista un trofeo, una forma di cannibalismo del mio corpo. Come se potesse esistere un contagio del genio: toccare la stessa carne, averla, dormire nello stesso letto che lo aveva visto dormire, mangiare alla stessa tavola. Respirare la sua stessa aria dentro la mia casa. Essere un poco lui attraversi di me, poveretti. Non sanno quel che lui era. Solo io lo so. Picasso era uno strumento di morte”. (Dora, la femme qui pleure, la donna che piange – nei titoli dei ritratti. Frida, intanto, ascoltava Chavela Vargas cantare la Llorona. La Medea messicana, donna che piange i figli scomparsi. Né Dora né Frida hanno avuto figli).

Ci si chiede come mai Frida, morta – probabilmente suicida – a 47 anni, sia diventata una celebrità globale oltre la sua stessa arte: icona pop da magliette e magneti sul frigo, chiamata senza bisogno di cognome come il Che, Frida, solo Frida, biografie e romanzi e fumetti e kolossal al cine. La donna coi baffi, la donna con le sopracciglia come ali di corvo, la donna che sanguina, la donna che non partorisce, la donna che ama e da chiunque è amata, la donna straziata nel corpo e vestita di fiori, la donna che non muore.
“Mi limito a dipingere quello che vedo. La mia realtà, non i miei sogni. Il secondo incidente grave della mia vita è stato Diego. Ho provato ad annegare il mio dolore, è stato così che ho imparato a nuotare”. (Ha amato, riamata, gli uomini e le donne più desiderabili – per eleganza, per fama, per coraggio, per talento – dei suoi anni. Trockij, Chavela Vargas, il fotografo Nicky
Muray che l’ha ritratta sulla panchina bianca come una regina azteca, Breton probabilmente, decine di altri e di altre e poi Diego).

“Ci conoscemmo al bar. La mia storia con Bataille era finita da poco. Giocavo con un coltello. A volte sbagliavo ma direi di no, era quello il gioco: a volte la lama tagliava il guanto e mi feriva le dita. Picasso sentiva l’odore del sangue da lontano. Lo ha sempre fatto. Con le bestie alla corrida, con le donne e con gli uomini, nei luoghi di sventura suprema. Era ipnotizzato, inebriato dal sangue. Si sedette accanto a me in silenzio. Non ricordo di averlo sentito arrivare. Rimase lì fermo molto tempo senza parlare. Nel bar tutti ci guardavano. Io sentivo la sua presenza, una presenza. Non credo di aver mai alzato gli occhi su di lui. Continuavo a giocare col coltello, a tagliarmi. Mi disse a un certo punto: andiamo. Aveva una voce che non avevo sentito mai. Buia e imponente. Andiamo. Non era una domanda, era una cosa già successa”. (Alla sua morte, nel 1997, fu rintracciata una contadina croata, erede universale. Disse: non conosco questo Picasso né questa Dora, non mi interessa avere i loro quadri. Lasciatemi in pace. Firmò purché se ne andassero. Oltre centocinquanta tele di Picasso erano stipate nella casa parigina di Dora, insieme a sculture scatole di fiammiferi assi del wc e tappi di bottiglia incisi e decorati dal genio, nella noia e nella confidenza domestica dei loro giorni. L’asta fu memorabile. Per il ritratto sulla spiaggia dieci milioni e uno dieci milioni e due dieci milioni e tre. Venduto).

“Aspetto felice la partenza, spero di non tornare mai più”, ha scritto Frida nella sua ultima pagina di diario, accanto ha disegnato un angelo ferito con le ali verdi che sale in cielo. Non è tornata, in effetti. Dev’essere perché non è mai partita: gli angeli non sono verdi, i bambini lo sanno. Frida è nascosta ovunque, dentro ogni essere umano che sanguina ferito e non piange. Dora le passeggia accanto, come ogni donna disamata che non muore.


Concita De Gregorio


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