Amori simmetrici e asimmetrici

di Elasti su 12 mesi - Smemoranda 2011





Lorenza ha studiato alla scuola svizzera, scia a St. Moritz e nuota ad Antibes, la domenica va alla messa delle dieci. Da piccola voleva entrare in convento per fare il capo delle monache. Crede nella cristalloterapia, nel riequilibrio energetico e nei fiori di Bach. Ha un approccio olistico alla vita e per i suoi figli desidera pediatri antroposofici e l’asilo steineriano.
Mario, l’estate in cui Lorenza imparò a orzare e a cazzare la randa a Caprera, iniziò la sua battaglia contro sedute spiritiche e leggende metropolitane. Mario è scettico, fa crociate contro il paranormale e reputa una truffa tutto ciò che non si possa addentare o dimostrare con una formula matematica. Ha trascorso gli ultimi vent’anni a stilare un elenco di parole proibite dalla A di Anima passando per la D di Dylan Dog, la M di Meditazione e la O di Omeopatia, per chiudere con la Zeta di Zodiaco. Anche “energia” è tra le parole che lo fanno uscire dai gangheri, a meno che non sia accompagnata dall’aggettivo “eolica”.
S’incontrarono una gelida sera di gennaio, a cena da amici comuni.
“Questo pomeriggio mi sono fatto sbattezzare”, annunciò Mario trionfante  sedendosi a tavola. Lei impallidì.
“Avete mai provato la tecnica del rebirthing? Si richiamano le memorie sommerse inspirando ed espirando. È incredibile, io mi sono ricordata del momento del mio concepimento…”, disse lei. Lui rischiò di strozzarsi con un tarallo.
“Vado a prendere una boccata d’aria”, comunicò lei.
“Vengo anche io e mi fumo pure una sigaretta”, rispose lui.
E sparirono sul balcone, con un freddo cane e i cadaveri di gerani intorno.
Non si sa cosa si dissero là fuori, forse fecero rebirthing insieme. Rientrarono lividi, mano nella mano.
Ora hanno due figli, maschio e femmina perché sono una coppia simmetrica e le coppie simmetriche hanno figli simmetrici. Il bambino si chiama Ernesto, come Che Guevara, la bambina Maria.

Margherita si cura con le foglie di verza, ama i gatti e quando muore un bruco, una lumaca senza guscio, una cavalletta, un ragno peloso o qualche altro piccolo mostro a lei viene male alle ossa o ai denti. Un giorno, quando aveva dodici anni, il dottore le disse “bevi molta birra e immagina come vorresti essere da grande”. “Ha funzionato, la birra e il mio dottore hanno fatto miracoli”, dice incredula vent’anni dopo lei, che ha il corpo di Angelina Jolie in Lara Croft. Ha occhi blu con cui guarda incantata il mondo e dita affusolate con cui lo dipinge.
Giorgio è appassionato di Bokator, un’arte marziale cambogiana che usa la micidiale “tecnica dei gomiti”, impraticabile a livello agonistico perché, si narra, un incontro full contact ucciderebbe quasi sicuramente uno dei due contendenti. Ama i coltelli, di cui fa collezione, e i fila brasileiros, cani da combattimento un tempo utilizzati per fermare gli schiavi in fuga dalle piantagioni. È un gigante, con i capelli ricci e gli occhi buoni, nonostante il Bokator, i coltelli e i fila brasileiros.
S’incontrarono in una milonga, sulle note di Astor Piazzolla.
Lui ballava, con una signorina ingrugnita e si chiedeva cosa ci fosse di sbagliato in lui (“puzzo? se puzzo dimmelo per favore”) o nelle donne della milonga (“perché non si rilassano? perché non sorridono? perché non chiudono gli occhi?”). Voleva andare via, per non farsi travolgere dalla rabbia e dalla tristezza, voleva tornare a casa “altrimenti mi montano l’ansia e la sfiducia verso il genere umano e non dormo più”.
Lei era seduta in un angolo, fumava e si avviliva. Poi lo vide e decise di dare un senso a quella serata da tappezzeria. Accavallò le gambe e gli lanciò sguardi roventi (“Ma mi vede? ma ci vede? E, soprattutto, com’è uno sguardo rovente?”).
Lei decise di andarsene, aspirò l’ultima boccata di sigaretta e chiuse gli occhi. Quando li riaprì, lui era lì. “Vuoi ballare?”, chiese. Lei rise e s’innamorò.

Simone portò Susanna in riva al mare, prese un’aria ispirata e disse: “Ah! Il mare, immenso e blu…”, “Già”, rispose lei meditabonda.
“Non è che conosci una poesia sul mare che potrei recitare e dedicarti in questo momento magico e romantico?”, domandò lui.
Susanna pensò che aveva sbagliato uomo ma tacque perché non voleva rovinare tutto.
Quando nacque Martina, Susanna ebbe le ragadi, un desiderio cronico di piangere e paura di non essere capace. Simone si chiuse in una stanza, quattro giorni, e montò una cucina Ikea. Uscì, transitò dal corridoio e si chiuse in salotto, dove, nei successivi tre giorni montò e riempì una libreria, sempre Ikea.
“La genitorialità mi spaventa”, le disse quando aveva montato tutto quello che c’era da montare. “Sapessi a me”, rispose lei.
“Sono per la coppia plurale.”
“Quindi?”
“Quindi ho un’altra. Ma non portarmi rancore. Sono fatto così, prendere o lasciare.”
Lei lo lasciò, si tenne cucina e libreria e imparò a fare la mamma. E pure un po’ il papà.
Lui ha fatto un corso di counseling e a chi gli domanda “che lavoro fai?”, lui risponde “abbraccio donne e le aiuto”.
Martina oggi ha dodici anni, le trecce e l’apparecchio ai denti. È una bambina felice, grazie a Susanna, nonostante Simone.

Quando la professoressa di lettere diede, come compito in classe, tema libero, Cecilia lo intitolò “La mia famiglia”, Giulio “Movimento socialdemocratico russo e scissione del POSDR in bolscevichi e menscevichi”.
Lei portava scaldamuscoli rosa e la domenica guardava Superclassifica Show, lui coltivava marijuana sul balcone e leggeva Rosa Luxemburg.
“Hai già avuto rapporti completi?”, le chiese Giulio un giorno alla fermata della 93. Cecilia non capì e nel dubbio disse: “No, grazie”. “Rapporti semicompleti?”, incalzò lui. Lei pensò al semifreddo, al seminterrato, al latte parzialmente scremato e rispose “certamente!”, con un certo entusiasmo. Lui le prese la mano, lei prese la 93 che stava arrivando e scappò.
Si diedero il primo bacio durante un’assemblea della scuola, ma durò poco perché lui aveva una mozione d’ordine da proporre con urgenza.
A maggio lui la lasciò. “Non ti amo più”, le disse asciutto.
Lei vomitò, davanti a lui, alla fermata della 93. Perché aveva il cuore spezzato, perché poteva essere il primo “non ti amo più” di una lunga serie, perché un minuto prima era felice e un minuto dopo il mondo le era caduto addosso. E quando il mondo ti cade addosso o muori, o svieni, o vomiti. In fin dei conti poteva andarle peggio.
Erano in quarta ginnasio. Lui fu bocciato e l’anno dopo cambiò scuola, lei si rese conto che gli scaldamuscoli sono terribili, a meno di non essere Jennifer Beals in Flashdance.


Elasti


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