Sembra banale ma non lo è…

di Andrea Dovizioso su 16 mesi - Smemoranda 2019





“Ciao”: quante volte lo diciamo, quante volte ci viene detto in un giorno. Quattro lettere, che però messe insieme suonano benissimo, così bene che il grande Lucio Dalla ci ha anche scritto una canzone. C-i-a-o, semplice, efficace, diretto. Con tutto il rispetto, ben più musicale di Good Morning, o di Guten Morgen, o di Bonjour, ma anche del meno formale, più generico e internazionale Hello. Una parola tutta italiana che, in un certo senso, ci identifica e viene usata in ogni parte del mondo. Noi romagnoli usiamo il ciao con tutti, grandi e bambini, amici e sconosciuti: buongiorno è troppo formale, troppo poco amichevole. Fino a poco tempo fa in pochi mi riconoscevano, solo gli appassionati di moto o quasi, mentre adesso sono più facilmente identificabile. E quando trasmetti emozione alle persone, quando ti incontrano ti salutano come se ti conoscessero da sempre, al di là dello sport che fai, al di là di quello che hai vinto, anche se non ti hanno mai visto prima. Ecco, quindi, che il “ciao” generico diventa caloroso, assume un significato diverso, è molto di più di una semplice formalità. Io, probabilmente, sono ancora visto come un ragazzino e anche per questo nessuno mi dice “buongiorno”, ma “ciao”, ed è una cosa che mi piace un sacco, mi fa sentire a mio agio. Non solo in Italia: in tutto il mondo, anche in quei paesi, come per esempio gli Stati Uniti, dove di parole italiane se ne sentono poche, per non dire nessuna. Dentro al paddock è nettamente il saluto più comune, anche perché la maggioranza delle persone è italiana o spagnola.

Ciao, ragazzi: sembra banale, invece ha un grande valore.

Ciao, ciao, ciao…


Andrea Dovizioso


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