“Noi due ci conosciamo, vero?” mi chiedesti con tono morbido e senza preamboli.

“Non proprio” risposi sistemandomi la borsa tra i piedi, sotto la panchina. “Comunque io sono Ifem, piacere”.

Chinasti la testa da un lato per guardarmi meglio. “Piacere, Yannick!”

Iniziasti a raccontarmi che partecipavi spesso a incontri come quello in piazza, che per te era fondamentale per poter provare a cambiare le cose “in questa società di addormentati”.

Parlammo anche dei Radiohead, di Lauryn Hill e di cantautori e gruppi italiani che non avevo mai sentito nominare:

“I Subsonica quindi non li hai mai sentiti?” chiedesti incredulo alzando improvvisamente il viso verso di me.

“No, mai. È da quando sono piccola che mi rifiuto di ascoltare musica italiana. Però ti prometto che li ascolterò” risposi sorridendo.

Ignorammo tutti, per un tempo sufficiente a capire che tra noi, se avessimo voluto, sarebbe potuto accadere qualcosa.

Forse cercando di prendermi in contropiede, con tono deciso mi chiedesti “non hai il ragazzo, vero? Sei così bella e sei single, perché?”. Io replicai seria che non l’avevo mai avuto “perché c’è un abisso tra essere bella ed essere compresa” e tu senza darmi il tempo di finire mi domandasti “non dirmi che anche tu credi che la felicità sia un’altra persona?”.

Scossi la testa senza dire niente.

Era un altro pomeriggio come tanti, quando noi, seduti sulle panchine di marmo ingiallite, ci scambiammo il primo bacio.

 

Tratto da Antonio Dikele Distefano, Chi sta male non lo dice, copyright 2017 Mondadori


Antonio Dikele Distefano


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