Arrivo in tempo per vedere l’Onorevole girare l’angolo. Dovrei andargli dietro subito, ma ho le gambe molli. È la tremarella da Prima Volta. Ti viene insieme alla nausea e alla voglia di scappare a nasconderti in un buco.
Passi sei mesi dietro il computer a far girare dati, ti ambienti, conosci il campo, le implicazioni, gli effetti e i controeffetti. Roba da andare fuori di testa, vai fuori di testa i primi mesi. Quando cominci giusto a sentirti a tuo agio, quel tanto che è possibile in questo lavoro, è allora che arriva il tuo capo. Il capo ti batte sulla spalla e ti dice “Abbiamo una situazione.”
Situazione. Una roba da mettere a posto. E tocca a te, stavolta. Devi scendere in strada. Te lo aspetti, fa parte del patto. Del contratto, se ne firmassimo uno. Prima o poi devi agire di persona. L’esame sul campo.
L’Onorevole si è allontanato di un altro paio di passi. Gli cede un ginocchio e barcolla. Per un attimo si volta di profilo e posso guardarlo bene. Adesso non ha l’aspetto intelligente e un po’ triste delle fotografie. Non gli daresti due lire, a quella che è stata definita una delle menti più brillanti della sua generazione, te lo immagineresti giusto a giocare a bocce o in canottiera ad annaffiare i gerani. Ma ha la testa incasinata, adesso. L’ultima cosa che ricorda è una frenata brusca in via Fani. Grida. Casino. Fumo. Adesso è qui. Sfido che tasta i muri come per controllare che esistano davvero. Mi chiedo se le mia espressione assomiglia alla sua.
Punto uno: Tranquillizzarsi.
Guardo la cosa che ho al polso che somiglia a un orologio. Sono le nove. Respiro di diaframma e cerco di concentrare la mia energia nella pancia. Il tremito cala leggermente. Ordino alla mia gamba destra di muovere un passo, lei obbedisce. Un altro respiro, un altro passo. Accelero.
Prima ancora di rendermene conto sono a un metro dall’Onorevole. Posso sentire l’odore del suo dopobarba e quello del sudore. Vedo la trama del suo abito. Grigio scuro, non troppo elegante. Mi fa venire alla mente tutte le battute che si sono fatte “dopo”, sul suo stile. Abitualmente vesto Marzotto. Non troppo divertenti, a pensarci.
Lui, invece, anche se ha ancora i ricordi confusi, deve essere colpito per come si concia la gente oggi. Tutte queste donne con l’ombelico di fuori, i ragazzi con le magliette attillate e i capelli corti, i cellulari all’orecchio, i piercing alle sopracciglia.
Nessuno capisce chi è, naturalmente. La sua faccia la conoscono tutti, ma nessuno ci bada. Normale, te lo spiegano al corso. Anche se incontrassi Gesù Cristo penseresti che è un capellone tossico, non il Salvatore delle immaginette. Arrivare a capire la verità è troppo complicato. Meglio per me e per quelli come me.
Punto secondo: Raggiungere  il soggetto.
Accelero, cerco di tenere la voce ferma e sorrido. “Onorevole?”
Lui sente la mia voce, ma è come se non capisse la direzione da cui arriva. Ruota la testa a destra e sinistra. Il movimento sembra farlo barcollare ancora.
“Onorevole.” dico ancora. “Come si sente?”
Stavolta si blocca e si gira. L’espressione non è più del tutto vacua. Sta riprendendosi. Ti spiegano anche questo al corso: lo shock dura poco.  “Giovanotto?” mormora.
Sorrido ancora. “Sì, Onorevole? Posso aiutarla?”
“Cosa…”
Punto terzo: Tranquillizzare il soggetto.
“È tutto a posto, Onorevole. Venga, la conduco io.” Accompagno le parole prendendolo gentilmente per il gomito. Intanto, una ragazza con gli occhiali a specchio e una catenella al naso ci passa accanto fissandoci. Lo so che è solo una mia impressione, ma sembra quasi che capisca. Forse è una dei nostri, vai a capire quanti siamo davvero. Faccio la faccia brutta, lei distoglie gli occhi.
L’Onorevole riprende a camminare lentamente, senza però cercare di opporsi alla mia stretta. – Io… – Dice in tono più fermo. “Mi scusi, giovanotto, ma non credo di conoscerla.” I suoi occhi si spalancano. “A dire il vero, non so nemmeno…” Cerca di sorridere, un sorriso di scuse. “È strano, non so nemmeno dove sono.”
Cercando di sembrare naturale gli metto un braccio attorno alla schiena, spingendolo con maggiore energia perché riprenda a camminare. “Lo immagino, Onorevole.”
“Lo immagina?”
“Sì, vede… lei ha avuto un piccolo…” Merda, che cosa devo dire? Per un attimo mi torna la tremarella e ho un vuoto totale. Il panico da esame. Un altro respiro profondo. Punto quarto: Mostrare decisione. Tossicchio. “Lei ha avuto un piccolo incidente. Non si deve preoccupare.”
“Incidente?” Non prova nemmeno a respingere il mio braccio. Perfetto, lo volto verso la direzione giusta. “Di cosa sta parlando?” prosegue.
“La sua automobile. Il suo autista ha urtato un camion. Lei ha battuto la testa. Credo che abbia perso la cognizione del tempo. Capisce… lo stato confusionale. Per fortuna l’ho trovata. Si è allontanato un po’ a piedi.”
Scuote la testa. “Stato confusionale? Deve aver ragione, non mi ricordo di…” Il suo mezzo sorriso sparisce. “Il mio autista. La scorta. Si sono fatti male? Ho come l’impressione…”
“Stanno tutti bene. Sono solo preoccupati per lei.”
Chiude per un attimo gli occhi.  “È come un sogno.” dice. Poi mi guarda. “Ma lei chi è?”
“Mi occupo della sua sicurezza.” rispondo, sollecitandolo perché ricominci a camminare. Punto quinto: Indirizzare il soggetto. “Sono incaricato di portarla in un luogo sicuro.”
“Grazie, giovanotto. Ho solo bisogno di riprendermi qualche istante.”
“Naturalmente, Onorevole.”
Sempre guidandolo con una pressione gentile sul braccio, faccio in modo che imbocchi via Bitossi. Al 35 c’è una casa sicura. Di passaggio, diciamo. Utile per i nostri lavori. Devo portarcelo in fretta. È il problema con le “situazioni”. La memoria ritorna in fretta, mano a mano che lo shock passa. E quando torna del tutto, il soggetto non è più gestibile, si rischia di mandare tutto in vacca e dover cominciare da capo.
Si lecca le labbra secche. “Lei appartiene alle forze dell’ordine?” chiede.
“Sì.” Non è nemmeno del tutto falso, questione di capirsi sui termini. Gli faccio aumentare il passo. “Venga, siamo quasi arrivati.”
“Meno male.” Prosegue un po’ assente. “Di questo periodo potevo fare un incontro peggiore, le pare?”
Mi sa di no, penso. Ma ovviamente non glielo dico.
Siamo ormai arrivati davanti al cancello del 35. “Eccoci. La faccio accomodare poi chiamo una macchina.”
Spingo il cancello. Si apre ben oliato sui cardini. È aperto, naturalmente. I colleghi tengono sgombro. Non c’è anima viva nel cortile, nell’aria un vago odore di lisoformio e qualcosa portato dal vento. Pollini e fumo. Gli faccio segno di passare, lui mi precede ringraziandomi con un cenno del capo. “Non sono mai stato qui.” dice. Poi si ferma con la mano sul cancello. Per un attimo, controluce con i capelli grigi, mi accorgo di quanto somigli a mio padre. Brutto pensiero, meglio non soffermarcisi. “Quanto tempo è passato dall’incidente?”
Comincia a riorientarsi. Ha una bella tempra, per cavarsela così in fretta. “Poco.” rispondo, facendogli cenno di avanzare.
L’Onorevole non si muove, gli occhi quasi normali, ora.
“È tutto molto strano. Anche il clima sembra diverso… Non le sembra che faccia caldo, per essere marzo?”
“Sa, le stagioni…” borbotto.
“Le mie borse.” È nervoso. “Le mie medicine… le mie carte. Sono molto importanti.” Prosegue. “Sono carte riservate, capisce?”
“Sono in mani sicure. Per favore, dobbiamo affrettarci.”
Per fortuna riprende a camminare. “Certo, ha ragione.” Mi precede nel cortile, gli faccio segno di entrare nell’atrio. Dietro la porta vetri, il portinaio seduto al bancone, un grassone con i baffi, ci saluta con un cenno della testa. Mi tocco il naso per segnalare che va tutto bene. Lui torna a fingere di leggere il giornale.
L’Onorevole parla a ruota libera, ora. È il segno che manca proprio pochissimo. Ma siamo al sicuro, mi sento molto più tranquillo. “E non è solo il clima.” dice. “Tutto mi sembra diverso. Le case, le persone. Le automobili. Mi sembra di non aver mai visto automobili così.”
“La moda cambia in fretta, Onorevole, venga.” Lo conduco alla porta marrone nel corridoio. Il punto d’arrivo.
Lui esita di nuovo. “Sa, se non fosse impossibile…”
Apro la porta. Dentro c’è il buio. Gli faccio segno di passare.”Mi dica.”
“Direi che è passato molto tempo dal mio incidente. È strano, potrebbero essere… anni. Ci pensa? Anni, decenni. Come in quei film di quarta categoria, con i viaggi nel tempo.”
Sento un sudore freddo lungo la schiena. “Prego.” dico solo, indicando la stanza.
Lui muove un passo. Entra finalmente. “Sarebbe terribile se si potesse viaggiare nel tempo, non crede? Pensi a cosa potrebbero fare i malviventi se possedessero la macchina del tempo…”
È entrato. Lo seguo e chiudo la porta dietro le nostre spalle. C’è una luce rossa, sul fondo, l’hanno messa perché il soggetto la fissi e si distragga negli ultimi istanti.
“Bella quella luce, quasi… ipnotica. Se esistesse la macchina del tempo…” prosegue, la voce sognante “…si potrebbe fare qualsiasi cosa. Chiunque potrebbe alterare la storia a piacimento, disegnare il mondo come più gli piace. Sarebbe la fine di tutto.”
“A meno che qualcuno controlli.” dico.
“Sarebbe una bella responsabilità.” Fa un sorriso vacuo. “E chi vorrebbe averla?”
“Noi.” dico. E gli sparo.
Punto sesto: Terminare il soggetto. Eseguito.
Quando l’Onorevole cade a terra i neon si accendono e comincia a saltar fuori tutta la squadra. Dieci persone per gli ultimi ritocchi. Qualcuno butta della sabbia sul corpo, altri gli cambiano i vestiti con quelli giusti, altri saltano “indietro” per prendere le borse, allagare covi, lasciare in giro indizi contraddittori, fotocopie di lettere vere e false. Intanto, la squadra medica spara al corpo altri nove colpi a distanza ravvicinata.
Il capo mi batte una mano sulla spalla. “Un buon lavoro. Al limite massimo, ma buono. Diventerà più veloce con l’esperienza.”
Cerco di sorridere, non mi viene bene. “Quasi mi dispiace per lui.”
Il capo scuote la testa. “È normale. Ma si ricordi che tutto questo è già successo. A proposito.” indica il corpo dell’Onorevole “abbiamo preso quelli che l’hanno recuperato al momento dell’attentato. Non ci crederà, sono quattro studenti di neanche vent’anni. Hanno scoperto come costruirsi una macchina in cantina giocando con i loro computer. Secondo loro, senza la morte dell’onorevole, le Brigate Rosse avrebbero vinto e volevano vedere che cosa succedeva. Ci crede?”
Mi accendo una sigaretta. “Matti da legare. E diventano sempre di più.”
“Viaggiare nel tempo è diventata una tecnologia a basso costo, bei tempi quando ci voleva un ciclotrone.” Il capo me ne scrocca una dal pacchetto. “E tutti quelli che hanno un’idea su come doveva andare la storia si costruiscono una macchina e ci provano. E noi a rimettere tutto in ordine.”
“E non possiamo neanche sapere se…” Mi fermo a metà frase. Non l’avrei neanche cominciata se non fossi pieno di adrenalina fino alle orecchie.
“Se?”
Mi lecco le labbra. “Chi può dire come siano andate veramente le cose? Magari tutto quello che stiamo vivendo è già stato cambiato un sacco di volte. Magari qualche studente ha costruito questo mondo. E noi con esso.”
Il capo sorride. “Diciamo che ci tocca scegliere. Vorrebbe un mondo diverso, magari uno in cui nessuno ha sparato a Paul McCartney o Nixon?”
“Direi di no. Sto bene in questo. E i Quarrymen senza McCartney se la sono cavata meglio.”
“Questo non c’era sul suo curriculum. Un musicofilo. Pronto?”
“Pronto.” rispondo.
Hanno avvolto il corpo in una coperta. Lo sollevo, è pesante, poi un collega tocca la cosa che ho sul polso che sembra un orologio. La stanza scompare, viaggio all’indietro sino al 1978. Lascio il corpo dell’Onorevole Giulio Andreotti nel bagagliaio della Renault rossa.


Sandrone Dazieri


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Smemoranda 2006


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