Signor pubblico ministero, non capisco le ragioni di questo interrogatorio. No, non ho nulla da nascondere, soprattutto a lei, che ha fama di essere un bravo magistrato, ma non comprendo il senso. In ogni modo, eccoci qui, come da ordine di Bloody Mary. Massì, il capo della nostra Sex-One, una brava poliziotta, si chiama Maria, come me, ma si fa chiamare Mary: Mary Polacco, detta…
Esatto, Bloody Mary. Ha avuto il dono di un soprannome perfetto. No che non è un’alcolizzata, ci mancherebbe, ma qualche volta non le dispiace, quando abbiamo finito un caso, di stare a festeggiare da qualche parte, sino a tornare a casa storta. E si fida delle mie analisi: “Mary & Mary contro tutti”, dice sempre quando mi dà ragione, e sottintende “tutti i maschi”, e come s’arrabbiano.
Anche ieri pomeriggio mi ha dato ragione. Era stata la drammatica testimonianza dell’ultima vittima, una ragazza danese arrivata a Milano per l’Erasmus-orgasmus, a convincermi a far richiamare tutti i nostri dai permessi. Giorni e giorni di superlavoro, perché l’obiettivo è un porco pericoloso e seriale, e aveva fatto bere a Matilda – questo il suo nome – il ghb, l’acido gamma idrossi butirrico, e non in piccole dosi.
A quanto so io, meno di un grammo equivale a una sbronza. La dose compresa tra uno e due grammi ti esalta e ti fa perdere le inibizioni. Se si superano i cinque grammi, vieni spedita in una specie di sonnambulismo. Ti muovi male, parli peggio, il mondo diventa una nebbia ridicola e scura.
Il maiale… Va bene, scusi dottore, occorrono termini più consoni. L’indagato che volevo beccare a tutti i costi usa il ghb come birra. Si era portato la ragazza danese al parco Forlanini, aveva posteggiato il furgone tra gli alberi e aveva fatto i suoi comodi. Se n’era andato e, mentre la ragazza era ancora rintontita, le aveva mandato un sms, molto crudo, compiaciuto. Grazie a quell’esagerazione, tipica dei mitomani, avevamo tracciato il suo telefono. E la povera Matilda aveva accettato a malincuore l’idea di mandare al… soggetto qualche sms ambiguo, scritto su suggerimento di un nostro amico psicologo. Volevamo accalappiare il cane.
Signor procuratore, cane non è offensivo. E poi chiunque ha diritto di uscire e sentirsi sicura nella città. Però c’è un però.
Hai ventidue anni e incontri per caso — credi tu, Matilda, che sia un caso — uno avanti con gli anni, che spende e spande. Accetti di bere uno, due e tre bicchierozzi di fila, facendo la simpatica sportiva, tanto sei carina. Poi vai in bagno, torni con il sorriso che annuncia “grazie, ci vediamo un’altra volta” e t’accorgi che c’è un altro bicchiere sul tavolo e che fai? Te lo tracanni?
Se poi ti svegli tra le foglie secche di un fosso, senza vestiti, con dolori inequivocabili e angoscianti nelle parti intime, perché mi dici: “Non me l’aspettavo”? Se non te l’aspettavi vuol dire che non hai la dose minima di prudenza per sopravvivere al mondo e qualsiasi marea nera sommergerà te — e il tuo cuore gabbiano. Se mi dici “Non me l’aspettavo” per darti un alibi, non serve con me.
Neanche con lei? Mi fa piacere, signor procuratore, noi non giudichiamo i comportamenti.
No, io non ho un soprannome bello come il mio capo. Mi chiamano 3-D. Sì, come tridimensionale. I colleghi a volte mi chiamano per fare il pagliaccio, quando racconto le storie faccio le voci, come al cinema. Saper ridere in mezzo ai guai è una dote che mi sono inventata da piccola, nessuno dei miei è così, solo io. Sì, è vero sono stata io a ribatezzare la sezione Soggetti Deboli della squadra Mobile. Umorismo macabro da sbirra, chiamarla Sex-One, sono d’accordo. Allora, vado avanti?
Chi aveva stuprato Matilda per me era uno che avrebbe rifatto le sue cattive azioni, e dovevamo cercare di prenderlo come si cercano di prendere i latitanti di mafia. Mettendo a disposizione ogni tecnologia. E dunque, avendo clonato il telefonino del p… personaggio, l’abbiamo sentito fissare un appuntamento con una studentessa. Dalle conversazioni avevo capito poche cose. La principale era che la vittima designata non conosceva Milano e veniva da una villetta tra Garlasco e Vigevano. E sarebbe arrivata dopo qualche ora. Sufficienti per organizzare la trappola di ieri.
Ma nessuna trappola è sicura al cento per cento.
Ieri sera, dunque, siamo sul Naviglio. Jazz e canzoni d’amore, pianoforte e bongo impestano l’aria umida, e lui è là, tra la folla che cammina, ride, parla, beve. I milanesi vecchi e nuovi, quelli bianchi e quelli neri, quelli che parlano strano e quelli che sembrano francesi, almeno una volta all’anno compiono una sorta di rito sciamanico, o una cosa come la transumanza, e s’incamminano verso i Navigli come se là ci fosse l’ultima spiaggia.
“Tra un quarto d’ora arrivo, Gigi, ma come facciamo per trovarci in quel casino dei Navigli?”, chiede la ragazza, finalmente può arrivare un’informazione utile.
“(rumori di fondo) finita via Chiesa Rossa, gira a sinistra e poi la prima a destra, poi (rumori di fondo)”, la voce dello stupratore, anche questa chiara, finalmente.
Bloody Mary posa il giallo che si era portata per ingannare l’attesa: “La zona è questa, però di preciso non sappiamo niente”.
“E se ci sfugge?”, domanda un collega, il solito cacadubbi.
“A questo punto pensiamo alla ragazza, diventa prioritario agganciare la preda e proteggerla”, è l’ordine della nostra capa, e per la prima volta non sono d’accordo.
“Prioritario… Non esiste il tempo materiale per agganciare il telefonino della ragazza e per localizzarla. L’unica è procedere come abbiamo stabilito, con l’attacco al porco”.
“Chiama la centrale, abbiamo bisogno di aiuto”, suggerisce Bloody Mary.
“L’unica che può darci una mano seria è la danese, l’ha visto in faccia”.
“Andatela a prendere”, ordina Bloody Mary, ma via radio arriva la risposta sconfortante: “Dottoressa, è scoppiata in lacrime, ha detto che non ce la fa, non ci apre nemmeno la porta”.
Lo sguardo di Bloody Mary sembra un radar. Setacciamo ogni ponte, ogni marciapiede nel tentativo di cogliere uno sguardo, un gesto, un abbigliamento, una qualsiasi sfumatura che ci faccia dire: “È lui, ce l’abbiamo”.
Giriamo con i telefonini in conferenza, procediamo a semicerchio, concentrati sulla ricezione. Il telefonino del maniaco ubriacatore sta là, accanto a noi, ma dove? Non entriamo nella tasche, non entriamo nelle menti, sentiamo ancora uno scambio di frasi al telefono, pensiamo di aver capito “Il Cielito”, ma «Non è questo, è il Chiringuito, ha detto Chiringuito”, intuisce Bloody Mary, che conosce tutti i locali. E si mette a correre, con me alle calcagna. Quella corsa, tra la folla che non si sposta, può tramutarsi in un fiasco. E un fiasco significa…
È un momento terribile, quello del fiatone: noi poliziotti arriviamo spesso dopo. Dopo l’omicidio, dopo la strage, dopo il furto, dopo la violenza. Potevamo arrivare prima, salvare: salvare è una parola così dolce in bocca a una poliziotta, non trova? Avevamo visto in lontananza un furgone andarsene.
“Si sarà messo lui alla guida…”.
“Con questa confusione l’abbiamo perso, e le autopattuglie sono troppo lontane”.

Noi della Sex-One siamo considerati delle schiappe negli inseguimenti, ma io vengo dalla Catturandi di Palermo. Strappo lo scooter di un passante e carico Bloody Mary che, con il telefonino, chiama di nuovo il 113. La sala radio ci fa da ponte con i colleghi sul posto: ci muoviamo come se fossimo una sola donna, con decine di gambe e braccia. La gente comune non sa che cosa possono fare le poliziotte quando viene in mente la parola: “Salvezza”. È così, signor procuratore, schiappe o no, noi della Sex-One raggiungiamo il furgone nel parcheggio di una pizzeria. Ci avviciniamo, due figure che ridono e scherzano. E appena il bastardo apre la portiera, non gli facciamo toccare l’asfalto con i piedi, ma con il naso. Sono io che lo sgambetto, lo metto giù. Poi guardo nel furgone e quasi non voglio crederci: Biancaneve.
Bianca e rossa, con la frangetta, nemmeno il trucco pesante riesce a renderla volgare. Dimostra molto meno dei suoi diciott’anni, magra, le forme acerbe spremute dentro un abito psichedelico, cortissimo, trasparente, l’abito che avrebbe messo una ballerina per sculettare. Ha capito che non siamo delinquenti, ma poliziotti, eppure che fa? Mostra i denti, ci insulta, ma che cazzo vogliamo…
E così, mi faccio accompagnare alla sua auto e gliela apro: in una busta di plastica dietro al sedile ci sono i jeans e una camicetta da brava bambina.
“Ho litigato col mio fidanzato, sono tornata a casa e ho detto ai miei che dormivo da un’amica. Sono maggiorenne, e allora? Ma che cosa c’è di male?”, è la sua risposta.
Non so che cosa mi sia scattato, dico davvero, ma l’ho portata in questura a sirene spiegate, signor procuratore, e la prima tappa di Biancaneve è nello stanzone delle camere di sicurezza. La sbatto là, in mezzo ai trans, alle immigrate clandestine cinesi, alle russe ubriache, alle tossiche, e ce la tengo un bel po’. Quando tentano di rapinarle la collanina, intervengo, e la spingo davanti ai colleghi dell’ufficio identificazione.
Per portarla allo scanner delle impronte digitali la faccio sfilare, mezza biotta com’è, tra i poliziotti in divisa, che la guardano come fosse un’altra Ruby Rubacuori. E gliel’ho spento, quel sorriso da ebete. Piange, piange ma non è finita, cazzo. La porto in ufficio e le butto in faccia le foto della donna violentata.
“Guarda, cretinetti”.
E lei guarda. I lividi, le contusioni, i primi piani dei morsi sul seno. Quando distoglie lo sguardo, la obbligo a riguardare ancora. E ancora. Guarda bene, Biancaneve, con la tua faccia da campagna. Guarda ancora.
E non perché io sia una paranoica che odia il sesso, come qualcuno alla Mobile ancora dice. Io difendo il sesso. Ma quella non sapeva manco il nome del suo accompagnatore. Le ho fatto vedere che aveva in tasca tanto ghb da rintontire un’intera classe delle Orsoline, un coltello a serramanico, due manette, un grammo e mezzo di cocaina, ma questo signor procuratore lei lo sa già.
E quella notte, quando la danese ha abbracciato la ragazzina, non mi sono sentita molto meglio. No. Ho provato una sorta di delusione per il mondo intero, me compresa.
Che vuole sapere ancora da me? Anzi, sa che le dico? Se non le vado bene così come sono, chiami il questore e mi faccia trasferire alla Omicidi. Quelli tanto non  parlano. I morti, dico.

Cioè, scusi, questa non me l’aspettavo. Sì, noi due abbiamo lavorato insieme sul caso dei kossovari, massì, sì, come no, è stata una bella operazione, lei è stato bravissimo. E sì, se lo ricorda? M’ero lasciata con il fidanzato e avevo scherzato sul perché nessuno mi ama e mi amerà mai in questa città di m. E…
Cioè, è da allora che… volevi parlarmi a tu per tu?
Adesso che lo dico alla dottoressa Polacco, vedi che ti fa, Bloody Mary…
Cioè, sei suo amico e le hai chiesto di mandarmi per questo accertamento… Insomma, una scusa per parlarmi. Sì, giusto, è diverso. Sentirmi parlare. Ascoltare di nuovo la mia voce. Nostalgia del mio modo di gesticolare, sì, sì. E gli occhi, ah, dici che sembra davvero di stare al cinema, lasciamo perdere, quindi 3-D è per te un soprannome azzeccato?
Sono d’accordo, un aperitivo non cambia le ascisse delle nostre vite. Stasera o domani?
Ah, belli quei bimbi, sono i tuoi? Scusa, sai.
Ah, divorziato. Da due anni. E quindi anche stasera ti andrebbe? Massì, stasera va bene anche a me. Però metto una condizione.
Stasera, per favore, dovunque ti pare, ma niente Navigli del cazzo. 

© 2011 Piero Colaprico / Agenzia Santachiara


Piero Colaprico


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